Aldo Soligno e il suo ultimo reportage circa gli effetti dell’operazione militare Piombo Fuso: un viaggio tra macerie e distruzione sulle note di De André
Lo abbiamo incontrato lo scorso 16 luglio a Rovereto, in occasione della prima, torrida, giornata inaugurale della quarta edizione di Rovereto Immagini, l’ormai noto festival fotografico trentino organizzato dall’Associazione Paspartù - fotografia arte cultura.
Modenese d’adozione, classe 1983, Aldo Soligno è un giovane fotoreporter emergente con in archivio già numerosi reportage realizzati in diverse parti del mondo, ma soprattutto tra Israele e Palestina. Calati nel Piombo Fuso è l’ultimo di questi, un lavoro complesso che gli ha permesso di vincere la scorsa edizione del Premio Internazionale Rovereto Immagini e di essere inserito nel ricco calendario espositivo di quest’anno, al fianco di personalità del calibro di Francesco Zizola, Davide Monteleone e Nunzio Battaglia.
Realizzato la scorsa primavera nella Striscia di Gaza e attualmente allestito presso l’Auditorium Melotti del MART di Rovereto, questo reportage vorrebbe far luce sulle drammatiche conseguenze dell’operazione militare israeliana "Piombo Fuso" attraverso un racconto fotografico simbolico e fortemente ispirato dalla poetica del cantautore genovese Fabrizio De André, e in particolare dal brano Sidùn. L’intento di Soligno è infatti quello di strutturare un percorso visivo sui generis, ovvero di matrice più concettuale che narrativa, e capace, da un lato, di mostrare lo stato del territorio palestinese dopo l’ultimo violento attacco israeliano, dall’altro, di staccarsi dalla stretta attualità della regione per trasformare la Striscia di Gaza in una sorta di “caso emblematico” e di monito universale. Per farlo, Soligno ha quindi realizzato immagini molto diverse tra loro, sia per stile sia per contenuti, radunandole poi, con il contributo della curatrice Paola Riccardi, attorno a quattro distinte tracce tematiche: la Dignità, l’Umanità, la Conoscenza e la Distruzione. È nato così un lavoro per certi versi forse ancora “acerbo”, ma comunque in grado sia di dimostrare l’intelligenza visiva e l’ampio margine di miglioramento del suo autore, sia di stimolare una riflessione più ampia circa l’assurda atrocità di tutte le guerre. Un reportage articolato su più livelli di lettura, dunque, e che chiede ai propri visitatori soprattutto “tempo”. Tempo per capire, per riflettere e per immedesimarsi, perché, come ha affermato la stessa curatrice, «questo lavoro va ben oltre il reportage di attualità, assumendo i connotati di una riflessione politica e umana di ampio respiro e di valore universale».
Noi abbiamo perciò approfittato dell’occasione per visitare la mostra in compagnia di Soligno e, passeggiando sulle note di Sidùn, ci siamo fatti spiegare qualcosa in più.
Sei stato in Palestina diverse volte, ma cosa ti ha spinto a tornarci proprio dopo l’ultimo conflitto? E perché scegliere di raccontare il “dopo”, ovvero gli effetti dell’operazione Piombo Fuso, invece del “prima” o del “durante”?
Beh, un po’ perché andarci “durante” era per me impossibile: Israele aveva chiuso i confini per cui ufficialmente non mi era permesso entrare nella Striscia di Gaza, un po’ perché, fin dall’inizio, ero più interessato a documentare gli effetti e le conseguenze di questa operazione militare, piuttosto che i motivi scatenanti o le azioni belliche in senso stretto, sebbene il “durante” sia comunque presente nel mio progetto. Ho infatto deciso di raccontarlo riportando le parole e realizzando alcuni scatti delle immagini televisive diffuse dai giornalisti e dai cameramen palestinesi, tra i pochi ad aver documentato, dall’interno, le fasi più calde del conflitto. Ma l’idea, nel suo complesso, è nata per caso. Ero in cucina e stavo ascoltando il telegiornale, quando improvvisamente l’ennesima notizia che documentava, in maniera fredda e didascalica, l’operazione militare Piombo Fuso, ha fatto scattare qualcosa nella mia testa. Essendo infatti già stato in Palestina l’anno prima, la memoria mi ha immediatamente riportato ai luoghi e alle persone che avevo visitato e conosciuto in quell’occasione. È stato strano pensare che mentre io ero lì, tranquillamente seduto nella mia cucina ad ascoltare quell’atroce bollettino di morti e distruzione, così irreale e distante, molte delle persone incontrate e dei posti visitati nella Striscia di Gaza probabilmente non esistevano più. Un contrasto di contesti e di realtà che mi ha colpito profondamente. Mi sono così venute in mente le prime due strofe di "Smisurata Preghiera" di Fabrizio De André e mi sono immedesimato in quella maggioranza che sì, guarda, segue e si commuove per le guerre del mondo, ma poi, in realtà, una volta spenta la TV, dimentica ogni cosa. Ho così sentito il bisogno di oltrepassare quella tranquillizzante illusione mediatica e di andare a rendermi conto, di persona, che era tutto vero. Da qui, una serie di riflessioni mi hanno poi convinto che tornare nella Striscia di Gaza a conflitto finito sarebbe stata la scelta più giusta: volevo infatti dimostrare come la guerra in quella martoriata regione mediorientale, così come in qualunque altra parte del mondo, non sarebbe terminata all’esaurirsi della “notizia”, tutt’altro, i suoi effetti avrebbero afflitto il territorio, e i suoi abitanti, per un tempo ben superiore rispetto a quello restituito dalla copertura giornalistica.
Rovereto Immagini 2010
mostre aperte fino al 5 settembre
Associazione Paspartù - fotografia arte cultura
info@paspartu.eu www.paspartu.eu
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
Commenti (0)
Inserisci il tuo commento