• Visioni - Fotografia - Interviste
  • Calati nel Piombo Fuso (seconda parte)
di Stefania Biamonti


In questa seconda parte Aldo Soligno spiega perfettamente il momento in cui musica e fotografia si sono fusi nella sua esperienza

Autoritratto. Photo: Aldo Soligno

Hai citato Smisurata Preghiera, tuttavia nell’introduzione alla tua mostra citi anche un’altra canzone di De André, ovvero Sidùn. È innegabile che il cantautore genovese sia per te una sorta di personale fonte di ispirazione, ma cosa ti ha spinto a mettere in relazione quest’ultima canzone con lo scenario che ti sei trovato di fronte una volta giunto nella Striscia di Gaza?
Fabrizio De André aveva scritto Sidùn per raccontare il conflitto in Libano del 1982 e, a mio parere, esistono alcuni importanti punti di contatto tra queste due realtà, prima fra tutte la contrapposizione netta tra Israele e una popolazione di diversa impronta religiosa. La cosa che però mi ha fatto legare in maniera indissolubile questa canzone al mio reportage è stata tuttavia un’altra, e per certi versi molto più “intima”. Alcuni degli scatti che vedi qui li ho infatti realizzati girovagando in piena solitudine e ascoltando proprio questa canzone. Si è trattato forse di una manciata di minuti ma, paradossalmente, sono stati tra i momenti di scatto più belli e intensi che io abbia mai vissuto. Sentivo infatti nelle orecchie un racconto che si sovrapponeva perfettamente a ciò che avevo di fronte, mi sembrava di vederlo materializzarsi passo dopo passo e di poter perciò inquadrare realmente le immagini create dalle parole di De André. È stato davvero magico: scattavo senza pensare, seguivo solo le indicazioni di Fabrizio. Alcune strofe di Sidùn sembravano infatti sposarsi perfettamente con quella che era la mia visione e interpretazione della realtà che mi circondava. Inoltre, mi ha colpito profondamente il realizzare di essere in quel contesto e, contemporaneamente, di poter ascoltare una descrizione così calzante da parte di un cantautore che, non solo si riferiva a un altro Paese, a un altro periodo storico e a tutta un’altra guerra, ma non poteva neppure essere venuto a conoscenza di quella situazione, essendo morto ben dieci anni prima. Ciò mi ha spinto quindi a riflettere su come, in fondo, le guerre abbiano tutte la stessa matrice e la stessa struttura portante.
Posso perciò dire che se "Smisurata Preghiera" è stata la molla che mi ha in qualche modo spinto a partire, Sidùn è stata come un faro, ovvero ciò che mi ha indicato la via da seguire per realizzare questo lavoro.

Jiad Kaloot, 17 anni, cieco da quando aveva quattro anni, è il figlio di Maazim Kaloot poliziotto di Hamas. La sua casa è rimasta danneggiata durante i bombardamenti ed ora resta agibile solo unodei tre piani. Jabalia Camp, Striscia di Gaza, luglio 2009. Photo: Aldo Soligno


Seguendo questo discorso, però, sembra quasi che tu voglia oggettivare il discorso, staccarlo dal contesto palestinese e dalla sua attualità per trasformarlo in qualcosa di più universale…. Esattamente. Era proprio questo il mio intento. Quello che volevo fare era appunto provare a offrire una prospettiva diversa del fenomeno “guerra”. Penso infatti che, dopo quasi sessant’anni di conflitto, la Palestina sia diventata una sorta di simbolo dell’assurdità della guerra. La sua storia l’ha resa, in questo senso, tragicamente emblematica ma, purtroppo, ciò che accade qui con una frequenza spaventosa, accade anche in molte altre parti del mondo. La guerra è sempre guerra insomma.

Osservando il tuo lavoro è possibile notare tre tipologie di immagini ben distinte: le immagini dei servizi trasmessi in TV durante l’attacco, le immagini dei paesaggi distrutti e devastati dal conflitto e, infine, una serie di ritratti sia dei giornalisti impegnati sul campo, sia della popolazione. È stato difficile in un contesto come questo, e in un periodo così delicato come l’immediato dopoguerra, entrare in contatto con queste persone?
Per quanto riguarda i giornalisti è stato molto semplice: Gaza è una città piccola e gli operatori dell’informazione sono relativamente pochi. Conosciuto uno, li conosci tutti. Inoltre il loro obiettivo era, ed è, proprio quello di dare il massimo risalto a ciò che stava, e sta, succedendo lì, quindi sono stati tutti molto disponibili fin da subito.
Per quanto riguarda i civili, invece, non posso dire sia stato altrettanto facile entrare “in sintonia” con loro, tuttavia nemmeno difficile, semmai diverso. La difficoltà maggiore era infatti riuscire, dopo ore di conversazione, ad andare via e tornare al lavoro.
Tuttavia è stato l’incontro con una persona in particolare a segnarmi maggiormente: mentre chiaccheravo con un ragazzo palestinese circa la situazione attuale, lui improvvisamente mi disse che, nonostante il conflitto fosse finito, finché Israele avesse continuato a tenere questa “linea dura” e le frontiere chiuse, lui non avrebbe potuto far altro che sedersi e aspettare… e così dicendo si è seduto. Ho scattato d’istinto e quell’immagine mi è rimasta impressa per parecchi giorni: esprimeva perfettamente l’impotenza della popolazione, l’impossibilità del singolo individuo di andare avanti all’interno di una realtà così opprimente. L’ho così presa ad esempio, cercando di ritrarre in quel modo anche tutte le altre persone nella stessa situazione. E alla fine mi sono trovato con molte più immagini di persone sedute, senza quindi più nulla se non i propri morti e i propri sopravvissuti, senza lavoro, senza casa, senza soldi e neppure la speranza di un futuro migliore, che di persone in piedi, ovvero con ancora un lavoro o qualcosa a cui aggrapparsi. Qui infatti, come puoi vedere anche tu, ce n’è solo una di quest’ultimo tipo.
Quando poi ho riguardato quei ritratti tutti insieme è stato davvero un duro colpo: avevo in mano il ritratto di una popolazione allo stremo, costantemente schiacciata tra le rivendicazioni di Isralele da una parte e quelle di Hamas dall’altra.

Cosa vorresti che rimanesse del tuo lavoro alle persone che accorreranno qui in occasione di questo Festival?
Spero davvero che tutti i visitatori, di fronte alle mie immagini, possano trovare uno spazio di riflessione e costruirsi una visione personale che li aiuti ad approfondire le loro conoscenze circa l’attuale situazione palestinese. Vorrei inoltre che le mie immagini riuscissero ad accorciare un po’ quella distanza straniante che il linguaggio televisivo crea, offrendo loro la possibilità di legare i nomi di quei luoghi e di quei morti, sentiti spesso distrattamente nei comunicati diramati dai telegiornali, a un contesto vero e a volti reali. Vorrei quindi spingerli a riflettere più in generale sia su cosa voglia dire vivere dall’interno un conflitto, qualunque esso sia, sia su quanto difficile possa essere uscirne e affrontarne tutte le conseguenze che esso comporta.
Non posso quindi che ringraziare tutti gli organizzatori per avermi dato questa bella opportunità.

Installazione all’interno dell’ospedale Al Quds in memoria dei pazienti vittime del bombardamento del gennaio 2009 durante l’operazione militare Piombo Fuso a Gaza. Gaza City, Striscia di Gaza, aprile 2009. Photo: Aldo Soligno

Rovereto Immagini 2010
mostre aperte fino al 5 settembre
Associazione Paspartù - fotografia arte cultura
info@paspartu.eu
www.paspartu.eu

Aldo Soligno







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