Una storia d'amore semplice ma migliorabile. Peccato per i troppi cliché
Innanzitutto potremmo chiederci come mai non siamo noi italiani ad associare il nostro Paese all’amore, al romanticismo, al lieto fine, mentre invece oltre Oceano riescono addirittura a tramutare una tragedia nella sua antitesi se di mezzo ci sono Verona e la sempre meravigliosa campagna Toscana. Quindi, prima di criticare Letters to Juliet, prima di definirlo scontato e banale, prima di etichettarlo una volta per tutte come melenso, dovremmo interrogarci su quanta percentuale di ormai cieco e istintivo cinismo si annidi nei nostri occhi quando guardiamo verso le cose che ci appartengono, quando pensiamo che siano romantiche solo Parigi o le foglie color arancio dell’autunno di New York.
Solo dopo aver ammesso una certa ipermetria che ci fa apparire bello quasi solo quel che viene da lontano, possiamo sederci di fronte allo schermo, lasciarci andare a qualche timida risata, gustarci il viaggio a braccetto con l’innata classe e dolcezza di Vanessa Redgrave e quindi perdonare a Gary Winick qualche evitabilissimo scivolone a cui dobbiamo la solo parziale godibilità di questa storiella romantica ispirata alla tradizione di scrivere a Giulietta lasciando sotto il suo balcone lettere a cui alcune volontarie rispondono con dolcezza e dedizione.
Senza falsi pudori, ammettiamo dunque che la vicenda che porta Amanda Seyfried a scoprire una lettera vecchia di decenni, e ad aiutare l’autrice con bel nipote al seguito a ritrovare il vero amore, risulta in fin dei conti definibile una storiella. Ma perché accanirvisi contro per il semplice fatto che non è Shakespeare? Anche le cose semplici hanno il diritto di essere raccontate.
Prendiamo invece serenamente nota del fatto che se si fosse calcato di meno la mano su certi luoghi comuni, se ci avessero risparmiato la presenza di un balcone nel finale, e se qualche piccola sfumatura in più avesse colorato i personaggi senza rinchiuderli in psicologie monolitiche da primi del Settecento, avremmo detto che la visione è riposante, i giovani attori carini e la Seyfried, per la prima volta protagonista incontrastata, deliziosa.
Ovviamente soprassedendo sulla discutibile colonna sonora con pezzi italiani.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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