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23 maggio 2012  



  • Letture - Libri - Recensioni
  • L'Orco
di Andrea Grieco


Una nuova edizione per riscoprire un autore importante che vale la pena non lasciar cadere nel dimenticatoio

L'Orco

Per chi non se ne fosse reso conto il 2009 è stato un anno nefasto per la letteratura. A distanza di pochi mesi ci hanno lasciato due degli scrittori più importanti del secolo scorso, dalla levatura di classici. Parliamo, ovviamente, di James Ballard, del quale ovunque giustamente si è parlato, e di Jacques Chessex, di cui invece pochi hanno speso più di qualche rigo necrologico. Autori profondamente diversi tra loro, accomunati dall'esser due degli esempi più ragguardevoli di uno scrivere necessario, impietosamente analitico nei confronti delle tensioni umane.
La copertina de L'Orco di Jacques Chessex, edito da FaziChessex non ha mai fatto sì che i riflettori mediatici fossero puntati su di lui, e quindi, contrariamente a ciò che concerne Ballard, anche più difficile è stato per i suoi libri raggiungere e conquistare sempre nuove schiere di estimatori, specie tra i giovani. Schivo e riservato, con una vita di sofferenza alle spalle, sigillata da una morte beffarda. Un infarto, proprio durante una conferenza stampa, non dà il tempo a Chessex di rispondere a delle accuse che, poco prima, un giornalista gli aveva posto in merito alla condanna che hanno riguardato in questi ultimi tempi un altro maudit d'eccellenza, Roman Polański. Un episodio i cui risvolti psicanalitici ed etici vengono puntualmente rilevati da Tommasio Pincio, autore della prefazione della nuova edizione che la Fazi propone de L'Orco, di sicuro il titolo più significativo di Chessex. Da poco infatti, la casa romana aveva dato alle stampe Il vampiro di Roprax, avviando così una doverosa operazione di (ri)scoperta dell'opera di un gigante.
Protagonista di queste pagine dolorosissime è il professore Jean Calmet, chiaro alter ego dello scrittore che, come il tormentato docente del libro, sarà per sempre ossessionato da un'ingombrante e diabolica figura paterna. Non c'è sfera dell'esistenza di Calmet che non venga irrimediabilmente guastata o compromessa dall'esiziale rapporto padre/figlio, un legame indissolubile che continuerà a esercitare il suo nero influsso sull'animo di Jean anche quando "l'orco" sarà ormai morto. Tutto il resto è una discesa all'inferno, un calvario evocato da flashback la cui madeleine è spesso la lama affilata di un rasoio che lambisce il volto dell'insegnate di Losanna.
Scritto da Chessex con quella forza lirica e brutale che contraddistingue il suo stile, L'Orco è un romanzo lucido e spietato, dissacratorio come una bestemmia, rivolta a ogni forma istituzionale che la coercizione sa assumere, ma soprattutto a quella che colpevolmente ciascuno di noi lascia che si impossessi dei nostri istinti e della nostra natura. Il supplizio subito da Jean Calmet assume una valenza universale, e le parole di Chessex scavano nell'animo del lettore, facendovi calare una cappa asfissiante e instillandovi un turbamento dal quale difficilmente ci si potrà liberare. Persino la macabra ironia con cui si segue il disfacimento di un'esistenza non riesce a lenire una visione che riesce in un'alchimia di sintesi verbale a contemplare tutto il male del mondo.





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