Stanley Kwan racconta la Cina d’oggi attraverso l’evoluzione dell’arte teatrale. Un musical teen sociopolitico di gran classe
Stanley Kwan è uno dei grandi maestri del cinema orientale, purtroppo uno di quelli meno conosciuti dal grande pubblico, molto di più da chi frequenta festival o negozi on line specializzati in cinema asiatici. Meraviglioso artista del melò, Kwan è anche un attento osservatore della realtà che lo circonda e questo Showtime ne è una lampante dimostrazione
Grazie a un incantesimo, sotterfugio narrativo cinematografico splendidamente sfruttato, sei componenti di una compagnia di teatro tradizionale cinese viaggiano nel tempo e dal 1936 arrivano nella Shanghai del 2009, per capire come sarà la Cina del futuro e quale sarà il destino della loro arte. I sei, acrobati, ballerini, musicisti e cantanti, troveranno dodici discepoli aspiranti ballerini e attori, a cui insegneranno il loro sapere per allestire uno show che permetterà loro di concludere la loro missione e tornare al tempo a cui appartengono. Yong Xin Tiao, questo il titolo originale, è una riflessione raffinata sull’evoluzione della Cina, dall’epoca immediatamente precedente alla Rivoluzione Culturale di Mao ai giorni nostri, in cui la repubblica popolare è ormai una potenza mondiale proiettata verso un’ottica capitalistica. Kwan costruisce però un’opera giocosa e allo stesso tempo didattica, usando le regole del musical e del teen movie per raccontare ai giovani cinesi le loro radici e allo stesso tempo impreziosendo le massicce dosi di cultura occidentale di cui sono bombardati gli adolescenti con i raffinati elementi della rappresentazione classica. Ne viene fuori una sorta di reality in salsa Glee, visivamente moderno ed estremamente efficace, con momenti di grande emozione e numeri musicali di buon livello.
Un’operazione non facile, ma per molti versi necessaria, non solo per il pubblico giovane cinese, ma anche per noi occidentali che continuiamo a pensare che la Cina è un posto lontano lontano, mentre invece è più vicino di quanto pensiamo.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
Commenti (0)
Inserisci il tuo commento