Sofia Coppola si perde, per piacere e confusione, in un film programmaticamente vuoto. E per questo molto pieno
Sofia Coppola è riuscita con soli quattro film a imporre una sua linea autoriale molto precisa, un cinema dell'assenza, esistenziale e magnifico nelle sue prime tre rappresentazioni. Somewhere, opera quarta per molti versi autobiografica, è una variazione di Lost in Translation, in cui si analizza la vacuità della vita di una giovane star di Hollywood, un’esistenza fatta di attese, noia, feste, conferenze stampa, sesso mordi e fuggi e rapporti falsi e superficiali. L'amore per la figlia lo porterà a riflettere sulla sua vita e cercare un orizzonte migliore.
La giovane Coppola non si risparmia e porta alle estreme conseguenze il suo cinema di dilatazioni temporali, lunghe attese, situazioni ai limiti dell'assurdo, elementi già visti nei suoi precedenti lavori e qui enfatizzati nell'assoluta vacuità della vita del suo protagonista Johnny. Un vuoto esistenziale che diventa anche volutamente un vuoto narrativo che paradossalmente rende il film pieno e ricco di temi e sensazioni, anche se meno interessante dei suoi precedenti. Mancano infatti la libertà registica di Marie Antonietta, la magnifica costruzione generale di Lost in translation e l'intensità emotiva delle Vergini Suicide. Una scelta programmatica, necessaria, ma che impoverisce e soprattutto raffredda un film troppo pensato e sentito.
Ottimi i due protagonisti Stephen Dorff ed Elle Fanning e tragicamente realistico l'intermezzo italiano, solo poco sopra le righe e grottescamente agghiacciante. Occhio d'artista sulla nostra realtà che ci fa desiderare di essere anche noi somewhere else, basta che sia lontano dal circo di nani e ballerine che quotidianamente ci circonda.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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