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  • Somewhere: raccontare con lentezza
di Alessandro De Simone


Sofia Coppola si perde, per piacere e confusione, in un film programmaticamente vuoto. E per questo molto pieno

Stephen Dorff ed Elle Fanning in una scena di Somewhere di Sofia Coppola

Sofia Coppola è riuscita con soli quattro film a imporre una sua linea autoriale molto precisa, un cinema dell'assenza, esistenziale e magnifico nelle sue prime tre rappresentazioni.
Somewhere, opera quarta per molti versi autobiografica, è una variazione di Lost in Translation, in cui si analizza la vacuità della vita di una giovane star di Hollywood, un’esistenza fatta di attese, noia, feste, conferenze stampa, sesso mordi e fuggi e rapporti falsi e superficiali. L'amore per la figlia lo porterà a riflettere sulla sua vita e cercare un orizzonte migliore.
La giovane Coppola non si risparmia e porta alle estreme conseguenze il suo cinema di dilatazioni temporali, lunghe attese, situazioni ai limiti dell'assurdo, elementi già visti nei suoi precedenti lavori e qui enfatizzati nell'assoluta vacuità della vita del suo protagonista Johnny. Un vuoto esistenziale che diventa anche volutamente un vuoto narrativo che paradossalmente rende il film pieno e ricco di temi e sensazioni, anche se meno interessante dei suoi precedenti. Mancano infatti la libertà registica di Marie Antonietta, la magnifica costruzione generale di Lost in translation e l'intensità emotiva delle Vergini Suicide. Una scelta programmatica, necessaria, ma che impoverisce e soprattutto raffredda un film troppo pensato e sentito.
Ottimi i due protagonisti Stephen Dorff ed Elle Fanning e tragicamente realistico l'intermezzo italiano, solo poco sopra le righe e grottescamente agghiacciante. Occhio d'artista sulla nostra realtà che ci fa desiderare di essere anche noi somewhere else, basta che sia lontano dal circo di nani e ballerine che quotidianamente ci circonda.





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