Banalizzare il conflitto israelo-palestinese non è facile, ma Julian Schnabel ci è riuscito: gliene va dato atto
Non c'è festival di cinema che osi privarsi di almeno un film in cui si parli degli oltre sessant'anni di guerra tra israeliani e palestinesi, un conflitto permanente e incomprensibile che tanto ha fatto e fa soffrire e che tutt'ora è l'ago della bilancia dei delicati e pericolosi equilibri mediorientali.
Film come Waltz With Bashir, Munich, Kippure molti altri hanno cercato di spiegare cosa esattamente scateni quotidianamente quest'odio atavico e paradossalmente, ma neanche tanto, probabilmente colui che ci è meglio riuscito negli ultimi anni è stato Adam Sandler nel suo Zohan.
Julian Schnabel, artista e regista ebreo, porta invece sullo schermo una storia scritta dalla sua compagna palestinese, Rula Jabraal, giornalista ben conosciuta dalle nostre parti. Racconto autobiografico che si snoda attraverso tutta la storia del conflitto narrando le vite di tre donne, Miral è un'opera fuorviante eticamente e storicamente, che analizza la situazione con inquietante superficialità e pericolosa faziosità. A questo va poi aggiunta una confezione sciatta, con un regia dalle idee molto confuse, una sceneggiatura con dialoghi di agghiacciante banalità e interpretazioni pessime, la giovane star Freida Pinto in testa.
Un passo falso per Schnabel, dettato sicuramente dall'amore per la sua compagna che comunque non giustifica la visione unilaterale del conflitto né tantomeno il furbo e conciliante cartello finale che dedica il film a tutti quelli che combattono per far sì che la guerra abbia fine. Facile strappare un applauso così. E anche molto scorretto.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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