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  • Potiche – Quel genio di mia moglie: che classe!
di Valeria Roscioni


Catherine Deneuve è l’anima di una pellicola elegantemente scoppiettante e ritrova Gérard Depardieu sul grande schermo

Potiche

Si considerano certi film come dei potiche, dei soprammobili decorativi ma assolutamente inutili, li si priva del valore che hanno, o potrebbero avere, e li si relega al ruolo che preferiamo dargli: solo una commedia, per esempio. Per contro, con una grazia e una vitalità a cui resistere è pressoché impossibile, Catherine Deneuve, protagonista assoluta capace di dominare il film senza titranneggiarlo, ci insegna che una potiche, in questo caso nell’accezione secondo la quale questo termine designa una donna che vive nell’ombra del marito può avere un animo forte, una grinta lodevole, una vitalità travolgente, il tutto ovviamente senza mai perdere neanche per un secondo la sua elegante presenza scenica.
Francois Ozon, a quanto sembra felicemente liberato dall’unità di luogo delle rappresentazioni teatrali, porta a termine il suo terzo adattamento di una pièce e dà in dote a Potiche – Quel genio di mia moglie una sceneggiatura intelligente, degna di quelle commedie brillanti che neanche il più scettico dei critici avrebbe relegato alla paccottiglia da riporre sopra il camino. La Suzanne della Deneuve ci stupisce fin dalla prima inquadratura per follia e ingenuità, ma anche per verve e immensa cura di ogni dettaglio di questo personaggio in grado di sfilare, tra una canzone e un ballo, sulla passerella che porta dalla vita domestica all’ascesa sociale.
Nasce così il brillante triangolo di mezza età che la vede contesa tra Fabrice Luchini, marito maschilista e autoritario e Depardieu, amante di giovinezza con la passione per la politica. Nessun uomo è tutto per Suzanne, ma Suzanne è lì per tutti in questi anni Settanta così allegramente ricostruiti dalla fotografia e dalle musiche, in questi anni Settanta di crisi econimica, di femminismo e di risveglio. Potremmo quasi identificarci, in quel decennio di passaggio da un mondo incantato a un mondo reale, potremmo se non fosse che quell’atmosfera particolare di gioco e di scherzo noi, così pronti a prenderci sul serio, non ci sappiamo vivere più e al massimo lasciamo che ci stupisca battuta dopo battuta, mentre si allontana a passi veloci dal banale, ma non scivola mai nel demenziale fine a se stesso. Così lasciamo che una vecchia coppia a noi nota giochi con i ricordi che ci rievoca ed esibisca il tempo che passa senza pudori e rimpianti in una giostra di continue sorprese in cui, come in quelle commedie che tanto piacevano un tempo, c’è anche la voglia di raccontare con un sorriso.
Freud diceva che il gioco è il contrario della realtà; forse è arrivato il momento di dargli torto e di scoprire che la leggerezza dell’essere ha una sostenibilità tutta propria. Una sostenibilità che è donna.





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