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di Stefania Biamonti


La musica punk-rock, i suoi miti, la sua cultura e la sua iconografia. Ecco come un genere musicale si trasforma in una spregiudicata estetica fotografica

L’ingresso alla mostra “I'm a cliché!”, échos de l'esthétique punk. Photo: 2010, Stefania Biamonti

Forse non c'è molto da scoprire per i veri cultori del rock, tuttavia visitare le mostre parte della cosidetta Promenade rock potrebbe offrire, anche a loro, non solo una serie di interessanti conferme, ma anche un inedito punto di vista su alcuni “modelli estetici” lanciati e perseguiti in fotografia con l'affermazione di questo genere musicale.
In questo lungo percorso espositivo è infatti possibile dare un'occhiata, ad esempio, alla mostra dedicata a Mick Jagger e a tutti quei fotografi i cui ritratti hanno contribuito a delineare, nel corso del tempo, il profilo pubblico del leader dei Rolling Stone, trasformandolo in una vera e propria sexy-icona del rock più tradizionale (Église des Trinitaires). Ma non solo. Si può anche decidere di lasciarsi coinvolgere dalle personalissime “memorie musicali” di Jean Pigozzi (Atelier de Maintenance), o di perdersi tra le immagini catturate da Claude Grassian: una collezione di momenti privati, e di retroscena, di alcune star inossidabili come Prince, Keith Richards e Iggy Pop, meticolosamente riunite in un'unica e imponente parete espositiva (Atelier de Mécanique). Prospettive di indubbio valore storico, dunque, capaci di ripercorrere, e di approcciare in maniera molto diversa, quasi cinquant'anni di storia del rock. Tuttavia, occorre spostarsi nella Grande Halle del Parc des Ateliers per vedere qualcosa di concettualmente più originale. Già perché è qui che, a nostro parere, è stata allestita la mostra più interessante. Si tratta di I am a cliché, échos de l'esthétique punk, un'articolata collettiva, curata da Emma Lavine, che intende analizzare «lo statuto dell'immagine, e le sue metamorfosi, all'interno dell'estetica punk».

Alcuni dettagli dell'allestimento creato per I'“I'm a cliché!”, échos de l'esthétique punk. Photo: 2010, Stefania Biamonti

Non appena si mette piede all'interno del grande padiglione dedicato, l'eco di una voce femminile accoglie infatti i visitatori con un ripetitivo “I Am A Cliché”. Si tratta della voce di Poly Styrene, cantante e musicista britannica del gruppo punk rock inglese X-Ray Spex, mandata in loop mentre intona la prima strofa dell'omonima canzone, presa, non a caso, a titolo dell'intera esposizione. Un ritmo cadenzato e ossessivo che ben si accorda con l'atmosfera circostante, composta di posters, istallazioni dagli accostamenti improbabili, videoproiezioni, fotografie e copertine di dischi memorabili. Sezione dopo sezione, è così possibile osservare dai silenziosi Screen Tests di Andy Warhol agli spiazzanti ritratti di una giovane Patti Smith, letteralmente “catturata” da un altrettanto imberbe Robert Mapplethorpe; dai sovversivi photocollages creati da Jamie Reid e Linder alle immagini destrutturate di Meredyth Sparks. E ancora, le istantanee realizzate nella Factory da un giovanissimo Stephen Shore, i desolanti paesaggi urbani di Peter Hujar, e una lunga carrellata di ritratti dei Sex Pistols, dei Ramones, dei Clash e di molti altri imprescindibili del genere. Insomma, tutto ciò che serve per delineare non tanto il rapporto tra la fotografia e questa particolare corrente musicale, nata in seno al rock intorno al 1976, quanto, come afferma la stesa curatrice, «gli echi, gli influssi della sua estetica, e della sua energia esplosiva, sulla fotografia contemporanea». La musica punk rock come “apparizione dadaista”, dunque, ma anche come atto politico di matrice situazionista. Ecco allora corpi ribelli immersi in ambientazioni decadenti, gestualità provocatorie, volti stravolti, slogan sovversivi e paesaggi dissacranti: un vero e proprio caleidoscopio di “visioni allucinate”, tutte ostentatamente irriverenti e intrise di humor nero.
Un interessante tentativo, quindi, di delineare l'origine, lo sviluppo e i postulati culturali di un movimento la cui iconografia, a lungo sottovalutata a causa del suo nichilismo di facciata, si configura oggi come una vera e propria estetica, ancora in grado sia di influenzare la produzione di moltissimi artisti, sia di imporre il proprio dicktat, per quanto rivisitato, sui costumi delle nuove generazioni.

Gli spazi della Grande Halle (Parc des Ateliers). Photo: 2010, Stefania Biamonti


I am a cliché, échos de l'esthétique punk
Grande Halle, Parc des Ateliers

fino al 13 settembre
Realizzata da Emma Lavigne (commissario dell'esposizione), in collaborazione con Thierry Planelle, illustratore sonoro.
info@rencontres-arles.com
www.rencontres-arles.com








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