• Visioni - Cinema - Articoli
  • Claude Chabrol: adieu a la nouvelle noir
di Alessandro De Simone


Se ne va un altro pezzo di storia del cinema, ma la sua opera straordinaria resterà per fortuna sempre con noi

Il regista francese Claude Chabrol

Il tempo passa inesorabilmente e purtroppo dobbiamo accettare, da incalliti appassionati, di dover salutare i grandi artisti che hanno fatto grande il cinema. Stavolta il nostro addio, sentito a dir poco, va a Claude Chabrol, uno degli ultimi esponenti della Nouvelle Vague e probabilmente quello che nel corso degli anni meglio è riuscito ad adattarsi a un’arte che, anche in Francia, è diventata sempre più industria e mercato. Maestro del noir, Chabrol è riuscito a fare un cinema d’autore che è sempre venuto incontro allo spettatore, cosa non da poco, trovando un suo spazio fino alle sue ultime produzioni.
Nato a Parigi, classe 1930, Chabrol incontra il cinema da giovane come proiezionista ed entra a far parte, una volta conclusa l’università, del gruppo di giovani critici dei Cahiers du Cinema, la rivista fondata da André Bazin e che già annoverava tra le sue fila nomi del calibro di Francois Truffaut, Jean-Luc Godard, Jacques Rivette ed Eric Rohmer. Con quest’ultimo firmerà un magnifico volume monografico su Alfred Hitchcock, con Rivette fonda una casa di produzione che gli permette di esordire dietro la macchina da presa nel 1959 con il film Le Beau Serge, che lo porta subito all’attenzione del pubblico e della critica.
Regista prolifico per tutta la sua carriera, Chabrol ha sempre centrato la sua attenzione sull’ipocrisia della borghesia, sia nelle sue opere più commerciali, come il dittico su La Tigre e i polar alla fine degli anni Sessanta, mentre nel decennio successivo inizia la progressiva internazionalizzazione del regista. Esempio lampante ne è Dieci incredibili giorni, thriller alto borghese che vede nel cast Anthony Perkins, Michel Piccoli e Orson Welles. Proprio gli attori sono stati una costante fondamentale nell’opera di Chabrol, dalle collaborazioni con Jean Claude Brialy e Stephane Audrane (sua seconda moglie, peraltro), a quella fortunatissima con Isabelle Huppert, iniziata nel 1978 con Violette Noziére e chiusasi quasi trent’anni dopo con La commedia del potere. Proprio con la Huppert, Chabrol ha firmato i suoi lavori più importanti, dallo straordinario Un affare di donne (Coppa Volpi a Venezia) a Madame Bovary, fino a Il buio nella mente (ancora Coppa Volpi, per la Huppert e Sandrine Bonnaire) e Grazie per la cioccolata, quest’ultima vera e propria apoteosi dell’ipocrisia alto borghese.
Chabrol ci lascia un corpus di opere notevole, con dei picchi davvero eccezionali e un gusto per l’adattamento letterario davvero raro, ma soprattutto un’attenzione alla riflessione politica e sociale che nel cinema di genere di oggi raramente si vede, preferendo nella maggior parte dei casi l’ipertrofia visiva alla riflessione introspettiva. Eppure, spesso, è più dirompente un composto e agghiacciante piano medio in un salotto perfettamente arredato che una sparatoria incomprensibile al termine di un triplo gioco improbabile.
Chapeau, Monsieur Chabrol.





Commenti (2)

Inserisci il tuo commento

Immagine con il codice di verifica