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  • Arthur dei Miracoli: addio al (piccolo) grande Penn
di Alessandro De Simone


Ci lascia a ottantotto anni uno dei più grandi registi di Hollywood degli anni Sessanta e Settanta

Arthur Penn

Chi scrive ha avuto la fortuna di incontrare Arthur Penn nel 1999, quando il Pesaro Film Festival dedicò a questo distinto signore di Philadelphia una doverosa retrospettiva completa. Un uomo gentile, dalla grande cultura e con un amore per il cinema davvero enorme, ma con il rammarico di non avere dato tutto quello che poteva, dato che negli ultimi venticinque anni della sua carriera e di vita Penn e il grande schermo sono stati di fatto lontani.
Come accadde, d’altronde, all’inizio della sua professione, quando per cinque anni questo già maturo regista si dedicò esclusivamente alla televisione, dirigendo una trentina di adattamenti di piece teatrali o romanzi per il piccolo schermo. L’esordio al cinema arriva solo nel 1958, alla non più giovanissima età di trentasei anni, dirigendo Paul Newman in Furia Selvaggia, un western biografico sulle gesta di Billy the Kid. Un film di buona fattura che già lascia intravedere le qualità di Penn, soprattutto come ottimo direttore d’attori, elemento che diventa evidente quattro anni dopo quando porta sullo schermo il dramma teatrale Anna dei miracoli, materiale che aveva già maneggiato per la TV. La storia di Annie, giovane istitutrice che cerca di insegnare alla piccola Helen, ragazzina cieca e sorda, a comunicare e a godere delle gioie della vita, è un capolavoro che deve quasi tutto alle straordinarie interpretazioni di Anne Bancroft e Patty Duke, entrambe premiate con l’Oscar, plasmate con grande passione da un Penn davvero in stato di grazia.
Regista dal carattere non facile, Penn non è mai sceso a compromessi, e dopo essere stato allontanato dal set del suo film successivo, Il treno, dirige un’altra grande star in ascesa, Warren Beatty, in Mickey One, uno dei suoi film più dimenticati, ma tutt’altro che trascurabile, per poi avere a disposizione in un colpo solo Robert Redford, Jane Fonda e Marlon Brando ne La caccia, pellicola in cui evidenzia il suo attivismo civile e la sua visione progressista della società.
Gangster Story, del 1967, il suo più grande successo di pubblico, racconto della folle vita della coppia di rapinatori Bonnie e Clyde, rappresentate come vere e proprie rock star degli anni Trenta, può essere senza dubbio considerato il film con cui si apre l’epoca d’oro del cinema americano degli anni Settanta e ispirerà, in forme diverse, sia John Milius per Dillinger che Terrence Malick per La rabbia giovane.
Il cinema di Penn è stato forse meno entusiasmante dal punto di vista formale, ma nella sua classicità terribilmente efficace nel riuscire a portare messaggi potentissimi allo spettatore. A dimostrazione di ciò, arriva nel 1970 una vera e propria pietra miliare del cinema americano, Piccolo grande uomo, una monumentale interpretazione di Dustin Hoffman e un pugno nello stomaco per il pubblico americano, costretto nello stesso anno a confrontarsi con la sua storia più sordida, quella del massacro dei nativi americani, anche grazie a Soldato blu di Ralph Nelson.
Il resoconto del massacro di Little Big Horn visto con gli occhi di un bianco adottato dagli indiani è successivo di un anno ad Alice’s Restaurant, manifesto della ribellione giovanile post sessantottina nei confronti della cultura capitalista, un film in realtà non molto diverso da Missouri, western politico con Marlon Brando e Jack Nicholson, un’accoppiata straordinaria anche per il livello di sovversione che riesce a raggiungere sullo schermo.
La carriera di Penn, paradossalmente, ha iniziato a declinare proprio dopo Piccolo Grande Uomo, ma prima di congedarsi dal grande pubblico con un paio di film di genere nel corso degli anni Ottanta, Target e Omicidio allo specchio, il regista chiude un discorso che lui stesso aveva cominciato.
Gli amici di Georgia, del 1981, è l’ultimo grande film della Nuova Hollywood, girato nello stesso anno de I cancelli del cielo di Cimino, ed è la chiosa sul Vietnam, sulla guerra a casa, sulla contestazione, sulla confusione dell’America reduce da quasi un ventennio di paura e delirio.
Arthur Penn ci ha lasciati, ma per fortuna la sua opera resta, da vedere e rivedere, perché il grande cinema non invecchia e non muore mai, dando una giusta immortalità a chi ha messo tanto di se stesso nella sua appassionata arte.





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