L’ultimo dei grandi produttori italiani se ne va, e con lui un’idea di cinema ormai dimenticata
Alla Mostra del Cinema di Venezia di alcuni anni fa, Dino De Laurentiis, durante la conferenza stampa di U-571, una delle sue ultime produzioni, ricevette da una giornalista italiana una domanda che lo infastidì. Dopo pochi minuti la suddetta giornalista era sparita dalla sala, allontanata perché non gradita. Ovviamente questo piccolo aneddoto non troverà conferme e riceverà smentite, ma lo racconto non per denunciare un gesto deliberato contro la libertà di stampa, ma per sottolineare che di produttori come Agostino De Laurentiis, in Italia purtroppo non ce ne sono più.
L’ultimo dei nostri tycoon nacque novantuno anni fa a Torre Annunziata, paesino nei dintorni di Napoli famoso per i suoi pastifici dall’assoluta eccellenza e di cui è originaria anche la mia famiglia, tanto che del giovane De Laurentiis ho udito tante storie quasi di prima mano dai miei anziani che lo conobbero in giovane età. E già allora veniva descritto come un ragazzo brillante e ambizioso, destinato a lasciare la provincia per andare nella grande città alla ricerca del successo.
Così, dal pastificio del padre, giunge a Roma appena diciottenne per frequentare il Centro Sperimentale di Cinematografia e intraprendere la carriera d’attore, ma l’anima imprenditoriale prende il sopravvento e si getta nella produzione, iniziando con L’ultimo combattimento di Piero Ballerini e L’amore canta, entrambi film già di discreto successo. Purtroppo la guerra gli impone uno stop di cinque anni, ma finito il conflitto mondiale, non appena si presenta l’occasione, Dino si rimette subito in moto. Il 1946 è l’anno di Aquila nera e soprattutto Il bandito, di Alberto Lattuada, film con cui inizia a fare collezione di premi, star e grandi registi. Sarebbe impossibile fare una lista completa, ma in tre anni De Laurentiis lavora con Mario Camerini, Riccardo Freda, Anna Magnani, Amedeo Nazzari, Mario Mattoli, Totò e molti altri, addirittura un giovane Vittorio Gassman nei panni di Giacomo Casanova e che nel 1948 Dino vorrà in Riso amaro, al fianco di una praticamente esordiente Silvana Mangano che diventerà di lì a poco sua moglie e madre dei loro quattro figli.
Gli anni Cinquanta sono caratterizzati da una serie di incredibili successi, sia commerciali che di critica, da Napoli Milionaria di Eduardo De Filippo a Guardie e ladri di Monicelli, passando per Totò a colori e Un giorno in pretura, e poi le collaborazioni con Rossellini, con cui gira Europa ’51 e il sottovalutato e straordinario Dov’è la libertà, e soprattutto con Federico Fellini, con cui arriva fino all’Oscar per La strada.
De Laurentiis inizia così a essere un produttore di fama internazionale e lui stesso inizia ad allargare i suoi orizzonti, forte degli incredibili successi di cassetta che si susseguono nei nostri confini e che gli permettono di ragionare con una politica di più ampio respiro. De Laurentiis, insieme a Carlo Ponti, Franco Cristaldi e pochi altri, ha fatto sì che il cinema italiano diventasse un’industria a tutto tondo, capace di competere con quella americana, potendo contare oltretutto sugli straordinari artigiani di Cinecittà e sui talenti che in quegli anni elevavano la nostra cultura come un vero e proprio esempio per il mondo civilizzato. Solo per fare qualche nome, De Laurentiis si serviva di sceneggiatori come Mario Soldati, Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Alberto Moravia e la lista potrebbe continuare a lungo.
Amante del cinema larger than life, come dimostra la sua prima grande produzione internazionale, Guerra e pace diretto da King Vidor, De Laurentiis si porta a casa un altro Oscar nel 1957 ancora con Federico Fellini per Le notti di Cabiria, e lo manca di poco nel 1960 per La grande guerra, dopo avere vinto pochi mesi la Mostra del Cinema di Venezia.
Negli anni Sessanta la produzione continua con grande intensità, puntando su un cinema più commerciale, ma questo non gli impedisce di credere in progetti più piccoli ma in cui vede dei talenti straordinari da lanciare o consacrare, come il Walter Chiari protagonista de Il giovedì e registi di talento come Luciano Salce o un giovanissimo Tinto Brass. Nel frattempo si dedica anche alle sue superproduzioni, come Barabba, diretto da Richard Fleischer, La Bibbia di John Huston e il monumentale Waterloo di Sergej Bondarciuk, in gran parte girati negli studi di DinoCittà, da lui costruiti alle porte di Roma e che furono anche una delle cause della sua partenza per gli Stati Uniti, a seguito del fallimento di questo ambizioso progetto, congedandosi dal nostro paese con un capolavoro come Lo scopone scientifico di Luigi Comencini, per il cui trio protagonista, Bette Davis, Alberto Sordi e Silvana Mangano, è impossibile trovare degli aggettivi adeguati.
In America la sua anima imprenditoriale trova terreno fertile, soprattutto nelle opere di genere, come Serpico di Lumet e I tre giorni del Condor di Pollack, ma anche incontrando un genio iconoclasta come Robert Altman per Buffalo Bill e gli indiani.
Ma a Hollywood il successo arriva soprattutto con il remake di King Kong, dove lancia una giovane di talento come Jessica Lange e fa conoscere al cinema americano Carlo Rambaldi, che avrebbe poi vinto svariati Oscar come creatore di effetti speciali robotici e con cui avrebbe lavorato dopo poco in Sfida a White Buffalo.
Gli anni Ottanta iniziano in chiave pop con Flash Gordon, per cui chiede ai Queen di curare la colonna sonora, e continuano con Ragtime, diretto da Milos Forman e candidato a otto premi Oscar, confermando la passione di De Laurentiis per il grande cinema d’autore. Sarà proprio lui, d’altronde, a recuperare un talento eccezionale come Michael Cimino, che lo ricambierà con un film estremo, barocco e di successo come L’anno del Dragone e che alcuni anni dopo girerà un gioiello di remake come Ore disperate. Sempre attento alle mode e alle tendenze, Dino porta anche sullo schermo ben cinque opere letterarie di Stephen King, facendo addirittura esordire il regista dietro la macchina da presa con Brivido, ma soprattutto, insieme alla figlia Raffaella, produce Dune, opera meravigliosamente ipertrofica che porta la firma di David Lynch, e apre la saga di Hannibal Lecter con Manhunter, diretto da un già geniale Michael Mann e che avrebbe portato a tre altri film: un prequel, un sequel e un remake, un’operazione che solo un grande produttore avrebbe potuto concepire.
Le ultime produzioni di Dino De Laurentiis sono state i poco fortunati L’ultima legione e Decameron Pie, ma ovviamente non sono questi due film a macchiare una carriera che conta centocinquanta titoli, tanti successi e, soprattutto, un amore per l’arte cinematografica che solo i grandi produttori sanno avere. Non a caso, nel 2001 De Laurentiis ha ricevuto l’Irvin Thalberg Award, un premio intitolato alla memoria dell’ultimo tycoon della Hollywood delle origini e proprio pensando alle immagini di quella notte degli Oscar salutiamo l’ultimo pezzo del cinema italiano che fu grande come quello di Hollywood.
Addio Dino.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
Commenti (1)
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cqmy---kqin ha scritto: 2012-03-27 17:49:30
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