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23 maggio 2012  



  • Letture - Libri - Recensioni
  • Imperial Bedrooms
di Andrea Grieco


Il Clay di Meno di zero si riaffaccia tra le pagine e colpisce ancora. Senza pietà

Imperial Bedrooms

Non c'è tra gli scrittori contemporanei chi sappia come Bret Easton Ellis suscitare umori tanto controversi; non esistono vie di mezzo, si ama oppure si odia l'autore statunitense, che dal suo canto fa di tutto per alimentare le voci più malevole al fine di mantenere vivo l'interesse nei propri confronti. Ellis è l'equivalente letterario di una rock star, malato di egocentrismo quanto i personaggi dei suoi libri, ma dotato di un indubbio talento, con il quale coglie con brutale freddezza la disumana meccanica delle relazioni sociali e interpersonali. E di sicuro in molti saranno pronti a bollare come deprecabile o come mera operazione merceologica il fatto che protagonista del suo ultimo titolo, Imperial Bedrooms, sia lo stesso Clay che impregnò di cattiveria le pagine di Meno di zero, il folgorante esordio di Ellis, che lo consacrò subito tra i narratori maudit.
Niente di più errato, in quanto in realtà ci si trova di fronte a un'opera che per l'acrimonia e l'acidità con cui tratteggia gli aspetti più subdoli e meschini della “fabbrica dei sogni” può di diritto vantare un posto tra l'Hollywood Babilonia di Kenneth Anger e Il Giorno della Locusta di Nathanael West. Una disamina al vetriolo alimentata indubbiamente dalla deludente e rovinosa esperienza che Ellis ha maturato negli anni con il mondo del cinema, e che ovviamente il romanziere conduce con il modo e lo stile che gli sono più consoni.
Il conflittuale rapporto che da sempre connatura gli scrittori e le riproduzioni filmiche della loro immaginazione non ha risparmiato neppure Ellis, che come molti suoi illustri colleghi prima di lui, Chandler e Capote per citarne soltanto qualcuno tra i più illustri, vedono edulcorare, svilire, se non addirittura lasciare nell'oblio le storie da loro concepite. E se si esclude la bella trasposizione che Roger Avary ha fatto de Le Regole dell'Attrazione, nessun'altra pellicola tratta dai libri di Ellis ha reso giustizia allo spirito del loro autore, men che meno Informers - Vita oltre il limite tratto dall'ellisiano Acqua dal sole che vedeva lo scrittore coinvolto anche come produttore. Un'esperienza deleteria e sfiancante, le cui vicissitudini sono confluite in Imperial Bedrooms in tutta la loro virulenza, e non è difficile intuire che il Clay sceneggiatore del libro e molti dei meschini e inquietanti eventi che lo riguardano siano frutto di una elaborazione tanto enfatica quanto spietata di reali dinamiche hollywoodiane.
Di ragazze disposte a tutto pur di ottenere una parte in un film e produttori che non si fanno scrupoli nell'approfittarne non ci ci si sorprende tanto, se non fosse che l'impianto narrativo di Ellis è a dir poco allucinatorio per come scivola inesorabile in una mise en abyme in cui si riflettono senza soluzione di continuità invenzione letteraria, autobiografia e perverso onirismo. L.A non è mai stata soltanto la “città degli angeli”, ma forse mai come in Imperial Bedrooms, la sua toponomastica si connota di una tale alienità, una città che luccica di un terrificante, sadico nichilismo. E i dialoghi che Ellis imbastisce, praticamente la negazione stessa della comunicazione, vacui come l'animo dei personaggi che li enunciano, non offrono il minimo spiraglio di luce in un'atmosfera pervasa da un'acuta e intollerabile sensazione, come di imminente e fatale aggressione emotiva. Una violenza che esplode immancabile nelle pagine conclusive e che sancisce ancora una volta la visione disincantata di Ellis.





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