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23 maggio 2012  



  • Letture - Libri - Interviste
  • Peter & Chris: intervista ad Angelica Tintori
di Federica Aliano


Una piacevole chiacchierata con la co-autrice del saggio Peter & Chris - I Dioscuri della notte

Peter & Chris - I Dioscuri della notte

Donna a dir poco interessante Angelica Tintori: con lei si può intrattenere una conversazione su innumerevoli argomenti, ma la cultura nella sua testa non fa necessariamente rima con tradizione. Guarda al classico come a una risorsa innegabile, ma non disdegna le innovazioni, con lucidità ed equilibrio che non è facile trovare in un saggista al giorno d’oggi. Autrice di fumetti, esperta di serie TV, è al suo secondo saggio “di genere” per quelli della Gargoyle: insieme a Franco Pezzini ha già firmato quel gioiello (che per gli appassionati è meglio di un database) che è The Dark Screen: Il mito di Dracula sul piccolo e grande schermo e in libreria è da qualche tempo disponibile il nuovo Peter & Chris – I Dioscuri della notte. Con una prosa coinvolgente come in un romanzo turnpages, Tintori e Pezzini raccontano il lavoro e l’amicizia tra Peter Cushing e Cristopher Lee, due attori straordinari che hanno dato all’horror cinematografico e non solo molte delle atmosfere che oggi conosciamo. Star di un modo di concepire la Settima Arte che oggi è sparito, che ha reso il genere un cult, ma in un certo senso anche una nicchia, Cushing e Lee sono state le stelle di punta della Hammer, prima di diventare degli autentici miti.
Abbiamo incontrato Angelica Tintori a Roma, dove ci ha raccontato la genesi del libro.

Prima di iniziare, una curiosità: tutti definiscono Franco Pezzini un “uomo d’altri tempi”, ma lui non si fa mai vedere. Sembra una figura mitologica, esiste davvero?
Esiste, eccome. È una persona di grande competenza e correttezza e lavoriamo sempre molto bene. In qualche modo è anche buffo, ha una casa inagibile, talmente è piena di carte impilate; si vede poco in giro perché si muove pochissimo e solo in treno. Ha dei ritmi e una passione per la cultura horror vittoriana.

Il titolo del libro è indicativo e curioso: perché Peter Cushing e Christopher Lee sarebbero i Dioscuri?
Forse è un po’ blasfemo nei confronti di Castore e Pulluce, ma di fatto stiamo parlando di due figure che hanno interpretato dando volto e voce, almeno per due generazioni di noi, a tutto il gotha di un immaginario di un certo tipo. Un po’ come se fossero due grandi esploratori, due colonne. Per il fantastico occidentale sono state due facce, le figure di riferimento.
La cover di Peter & Chris - I Dioscuri della notte, di Franco Pezzini e Angelica Tintori, edito da Gargoyle Books
Nel volume si insiste moltissimo sul fatto che Lee e Cushing hanno lavorato in tandem...
Quantitativamente, quasi venticinque film insieme sono tanti, soprattutto pensando all’epoca. Inoltre c’è stato un rapporto personale di grande profondità, molto affettuoso, leale e vivace, soprattutto quando i ruoli si sono invertiti. Peter Cushing è rimasto vedovo ed è stato profondamente colpito da questa perdita, non voleva più lavorare, invece Lee e la sua famiglia lo hanno sostenuto moltissimo. A quel punto però Lee, che prima quasi non si vedeva, è diventato la star, magari le cose che ha fatto non sono piaciute proprio tutte, ma era di fatto quello più in vista.

Avete incontrato Mr. Lee durante il lavoro di ricerca per il saggio?
Non abbiamo neanche provato a incontrarlo: Ci interessava raccontare la storia professionale e personale sua e di Cushing e abbiamo avuto il sentore che a lui non avrebbe fatto piacere essere ricordato ancora una volta per quei ruoli. Avrebbe avuto piacere a parlare del suo amico, ma forse non troppo di sé. Abbiamo fatto delle ricerche e siamo stati alla Hammer: ci è stato molto decantato il clima che loro due riuscivano a ricreare sul set. Avevano problemi a sopravvivere alla giornata lavorativa, anche per come erano conciati, con il trucco, ecc. Avevano molto in comune: due persone con un grande interesse per l’arte, Cushig dipingeva... erano davvero delle persone prima che degli attori. Anche la storia della Hammer riflette la cultura di un paese che cambia profondamente. L’inghilterra, che era rimasta neovittoriana, dopo la guerra ha una sofferenza immensa e comincia a sciogliersi. I film di questa coppia precorrono molto i tempi, poiché le figure dell’horror sono anche ottime metafore sotto molti punti di vista, anche sessuali. Arriva la Swinging London e loro te la offrono da un punto di vista privilegiato.

Leggere delle vite di questi due uomini, che abbiamo sembre visto sotto una luce ben precisa, è davvero sorprendente...
Anche per me è stata parecchio una scoperta, è stato bello leggere le loro autobiografie, Franco Pezzini e io siamo curiosi e appassionati di storia, cinema, mitologia, abbiamo messo le sensazioni che abbiamo provato dentro al libro.

Rispetto a The Dark Screen, che tipo di lavoro di ricerca avete svolto?
Per The Dark Screen è stato un incubo: di molti titoli non si trova più praticamente nulla. Questo è stato un lavoro molto più disteso, sapevamo di lavorare su venti, venticinque titoli. Franco è poi foriero di cose incredibili, sa dove andarle a trovare, lui e Paolo De Crescenzo sono maniaci del genere fin da bambini, posseggono cose incredibili e molte altre se le ricordano come fossero accadute ieri.

Lei è un’autrice molto prolifica, come riesce a mantenere questi ritmi, con una qualità sempre buona per giunta?
Sono molto felice del mio lavoro perché mi è sempre piaciuto molto. Questo è il mio sesto libro dal 2000, mi diverte, mi piacciono le culture diverse, amo viaggiare, mi piace il mondo, non posso sempre permettermelo, ma ho anche molti amici che aiutano, anche solo dandomi un tetto. Mi sono laureata con Franco La Polla e da lui ho imparato gli studi culturali in stile anglosassone, ho imparato il suo approccio.

È interessante che pubblichiate dei saggi di genere con una casa editrice famosa per i romanzi di genere. I saggi di cinema però, per quanto siano interessanti, non vendono mai molto...
La Gargoyle ha avuto la fortuna e la bravura di creare uno spazio, di occuparlo e ora cerca di avviarlo. Credo che fosse Allen che diceva che quando un suo film piace a tutti, lui si preoccupa. D’altro canto penso che pubblico che ama questo genere e che sa distinguere al suo interno i prodotti di qualità sia un pubblico che è abituato a cercarsi le cose, a ricercare, è capace, ostinato, caparbio. Gli appassionati di fantascienza, fantastico, horror si sono inventati le convention che poi hanno fatto grandi le serie televisive. Non esistono mica le convention di Grey’s Anatomy, Mad Men, ecc. Esistono quelle di Star Trek. Questo pubblico ha un certo tipo di educazione.

Vista la sua passione, come si pone di fronte al moderno cinema horror? Le basi di questo genere sono cambiate profondamente...
Penso che sia sempre più raro vedere qualcosa di originale, non solo nel cinema di genere però, mi pare che ci sia un decadimento della voglia di creare e di rischiare nel cinema tutto, e per fortuna in parte la serialità sopperisce con la voglia di andarsi a cercare temi nuovi e cose mai raccontate.

Però da altre culture arrivano spunti interessanti, penso all’estremo oriente...
Le alte culture hanno un valore relativo perché purtroppo non abbiamo penetrazione reciproca.

E parlando dei nuovi divi dell’horror? Ammesso che ce ne siano...
Non mi pare ci siano delle icone come loro, se ci sono di sicuro non lasceranno lo stesso segno di Lee e Cushing.





Commenti (3)

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