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23 maggio 2012  



  • Letture - Libri - Recensioni
  • Varney il vampiro - All'ombra del Vesuvio
di Andrea Grieco


L'uscita di scena di Varney il Vampiro conferma il fascino di questo personaggio vittoriano davvero immortale

Varney il vampiro - All'ombra del Vesuvio

Con la pubblicazione del terzo tomo dedicato alle avventure di Varney il vampiro si giunge al termine di una delle più articolate e pittoresche storie che la letteratura abbia mai narrato, romanzo dal lunghissimo respiro che definisce l'archetipo di tutte le forme che il succhiasangue sarà capace di assumere nei diversi media, nonché affresco rocambolesco e vivace dei caratteri umani come solo a giganti del calibro di Dickens e Balzac è riuscito di fare. La cover di Varney il vampiro - All'ombra del Vesuvio edito da Gargoyle BooksChe la paternità di tale caposaldo dell'horror sia poi da attribuire all'abilità, e anche scaltrezza, dei “pennivendoli” al soldo di Edward Lloyd, poco importa; una tecnica meramente economica che suo malgrado anziché determinare un limite dell'opera ne accentua il fascino bizzarro, e si trasforma nella vera risorsa di una narrazione che, proprio come il vampiro intento a suggere dalle vene della sua vittima, si alimenta di nuova linfa vitale dall'estro e dall'affanno di questi artigiani dell'immaginario.
E infatti, mai come nei capitoli di quest'ultimo libro della serie si assiste a una così concitata ed eclettica successione di scene e situazioni, a volte declinando specularmente altre già sfruttate in precedenza e ottenendo effetti altrettanto peculiari ed efficaci. Ciò che resta sempre e comunque inalterato in ogni pagina di Varney il vampiro - All'ombra del Vesuvio sono l'atmosfera tenebrosa e quel piglio acrimonioso nei confronti del coevo contesto sociale. L'indole maligna del protagonista è questa volta priva di sfumature, ed è la componente che più di tutte incide la figura del villain, determinato e spietato come si confà a un antagonista d'eccellenza qual è Varney. Eppure, sebbene aleggi costantemente un'atmosfera che sembra anticipare persino gli umori del Poe più lugubre e infido, c'è una sensazione che non lascia mai l'animo del lettore, quella che nonostante ci si trovi di fronte all'operato di un'entità perfida, nulla in sostanza sia più malevolo e deleterio della brama egoistica di cui l'uomo è schiavo. Quanto Varney è avido di sangue, tanto lo sono di denaro gli attori dell'epoca vittoriana che gli scrittori descrivono con una lucidità che sfida e svela impunemente i costumi ipocriti sia dell'Inghilterra ottocentesca che di oggi, dimostrando, inoltre, che l'irrazionale alligna e si scatena lì dove più si cerca di rimuovere la natura, l'istinto e la passione.
Per quanti aspetti e identità possa assumere l'aristocratico vampiro, per quanto machiavellici siano i suoi piani e nefande le sue azioni, niente è paragonabile al degrado morale con il quale interagisce: Varney è una creatura maledetta in lotta con un mondo lordato dalla cupidigia degli esseri umani, come a dire un vampiro in conflitto con i parassiti. Logico pertanto, che tra questi ultimi e i miseri mortali il fruitore finisca per nutrire una sotterranea simpatia per il ben più carismatico e romantico signore delle tenebre. Neppure la teatrale e forse sbrigativa fine di Varney riesce a suggellare questo romanzo fiume, quasi come se la vera vittoria del personaggio consista nell'infinità di incarnazioni, più o meno esplicite o dichiarate, che si possono scorgere dietro ogni film, libro o fumetto che narri il fascino sempiterno del “non morto”.





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