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23 maggio 2012  



  • Letture - Libri - Interviste
  • Intervista a Maria Roberta Novielli
di Andrea Grieco


Una conversazione con l'autrice del libro Metamorfosi - schegge di violenza nel nuovo cinema giapponese

Metamorfosi di Maria Roberta Novielli

Va annoverata tra i più rigorosi e acuti studiosi, nonché promotori, del cinema nipponico Maria Roberta Novielli, che col suo ultimo libro, Metamorfosi, schegge di violenza nel nuovo cinema giapponese, conduce una disamina delle coordinate entro cui si muove una delle realtà filmiche più affascinante e nervose degli ultimi anni. Lo studio della Novielli è condotto con metodologia e scrittura tanto limpide quanto incisive, che consentono all'autrice di illustrare e analizzare generi, poetiche e fenomeni con chiarezza e misura, facendo luce su un contesto destabilizzante come quello del Sol levante.

In seguito all'attenzione che negli ultimi anni i più rinomati festival hanno riservato all'opera di esponenti di punta del nuovo cinema giapponese, da Kitano a Miike, si è avuta anche una prima letteratura che ne affrontava il fenomeno. La prima considerazione leggendo il tuo libro è che non sia viziato dall'esotismo che di norma offusca il rigore analitico. Come si riesce ad ottenere uno sguardo insieme così lucido e appassionato sull'oggetto della propria indagine?
Mi interesso di cultura giapponese ormai da 28 anni. Anche se la mia specializzazione riguarda il cinema e la letteratura di questo Paese, gran parte della mia curiosità è sempre andata a tutti gli elementi culturali che attraversano questi due ambiti, quindi storia, società, mitologia, arte, musica, e così via. Aver vissuto in Giappone per anni, poi, mi ha aiutata a conoscerne la normalità, quindi a non filtrare nulla attraverso la lente d'ingrandimento dell'esotismo.

Il tuo Metamorfosi, oltre ad offrire una ricognizione e “mappatura” dei più rilevanti nuclei tematici che sostanziano l'odierno cinema nipponico, è essenziale perché individua per gli stessi una radice in paradigmatici fatti di cronaca nera come, ad esempio, l'attentato del 1995 alla metropolitana di Tokyo compiuto dalla setta Aum. Se confrontassimo l'attacco alle Torri gemelle con gli eventi da te presi in considerazione per il Paese asiatico, quali analogie o differenze credi si possano cogliere rispetto alla ricezione e alla ricaduta mediatica e sociale nei rispettivi ambiti geo-culturali?
Metamorfosi di Maria Roberta Novielli edito da EpiKaPenso che questo rapporto sia quasi impossibile, perché l'attacco alle Torri è stato opera di esterni rispetto alla società americana, e quindi ha dato via a dinamiche particolari e di ampio spettro (xenofobia e nazionalismo da un lato, senso di vulnerabilità dall'altro). Differente è l'attentato della metropolitana di Tokyo, poiché è stato sferrato da un gruppo autoctono seguito da un numero incredibile di persone di medio-alta estrazione sociale. In questo caso, in pratica, manca un nemico, e ha costretto a rivalutare dall'interno le potenziali crepe della società giapponese, a cominciare dai contesti culturali, oltre che socio-antropologici.

Come spieghi il fatto che autori da noi oramai consacrati come Tsukamoto Shin'ya, ancora non raggiungano lo stesso status nel proprio Paese?
In Giappone i generi filmici più amati continuano oggi a essere commedia e love story, il cinema sperimentale e indipendente ha ancora uno spazio di nicchia. Questo per quanto riguarda la produzione destinata alle sale. Diverso il discorso per la fruizione privata (home video, internet e altro), dove si sono spostati sia i b-movies sia i film meno commerciali. In quegli ambiti, lo stesso Tsukamoto è abbastanza seguito.

In che misura pensi che, in seguito ai numerosi remake americani di film giapponesi, nonché “incursioni” hollywoodiane di registi come Nakata e Shimizu, si sia verificata una reciproca osmosi di pratiche estetiche?
Non credo che sia davvero avvenuta l'osmosi, non in quel genere di film. Credo ci sia più probabilità di una contaminazione reciproca tra cinema giapponese ed europeo, piuttosto che con quello americano. Il recente ritorno dell'ero-gro (erotico-grottesco), per esempio con gli ultimi film di Sono Shion, sembrerebbero dimostrare più una parentela con il nostro continente.

É indubbio che il sistema del V-cinema susciti l'interesse di ogni cinefilo incallito, e se pure non sarà più così florido come qualche decennio fa e anche vero che i sistemi produttivi nipponici riescano ancora a contemplare sacche di resistenza espressiva, cosa che è ormai da considerarsi estinta in ambito occidentale. Ci illustreresti l'attuale realtà degli OV (Original video)?
Il mercato è sempre molto florido, ma ovviamente la tv on demand e gli altri nuovi circuiti aperti in rete hanno privatizzato ulteriormente il canale distributivo di questi film. Gli OV permettono una grande libertà espressiva, perché non viene data eccessiva rilevanza al target, ma si punta piuttosto su un consumo rapido, quindi sull'abbondanza di titoli. E' un mercato molto interessante anche perché difficilmente strizza l'occhio all'Occidente, nell'idea che siano titoli difficilmente esportabili, quindi hanno esempi di genuina autenticità nipponica.

Nel vedere i film prodotti dalla Fever Dream, oltre ad una goliardica ed enfatica efferatezza, salta all'occhio l'uso naīf della CGI: a cosa è addebitabile quest'attitudine, completamente opposta per il cinema occidentale che concepisce l'FX come mezzo iperrealistico?
Nello specifico non saprei, ma trovo curioso come pochissimi registi in Giappone tra quelli diventati famosi da noi siano in grado di usare, per esempio, la computer grafica. Tsukamoto, per esempio, ma lo stesso Miike ne fa uso solo da pochi anni. La distorsione creata nelle atmosfere attraverso le ultime tecnologie in Giappone mi sembra che tenda, ancora una volta, verso un impatto decadente e grottesco, un segno del periodo e della sua recente crisi economica. Ma una risposta del genere è sicuramente troppo semplicistica, sono molti gli aspetti da considerare.





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