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  • Cose dell’altro mondo: non è un paese per tutti
di Valeria Roscioni


La favola amara di Patierno gode di una patina divertente sotto la quale nasconde un certo vuoto

Valerio Mastandrea in Cose dell'altro mondo

È possibile raccontare il nostro mondo come se fosse altro da noi? La pedagogia insegna: con i bambini funziona. La narrazione di una realtà altra, fiaba o favola che sia, distanzia dal vissuto e in qualche modo aiuta a interpretarlo. Francesco Patierno è, in questo senso, un cantastorie, menestrello di un’Italia razzista, di un Nord che bistratta gli immigrati, di un Paese in cui, lo sanno tutti, gli extracomunitari fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare più. Complice l’idea già sviluppata da Sergio Arau in A Day Without a Mexican, la favola contemporanea di Cose dell’altro mondo ha inizio con l’orco Abatantuono che tuona dalla sua TV regionale contro tutti coloro che non sono suoi connazionali, e il principe decisamente ancora ranocchio Mastandrea alle prese con una mamma malata e una ex principessa Lodovini ora incinta di un extracomunitario.
La svolta narrativa è però dietro l’angolo: dopo l’ennesimo appello televisivo razzista, un po’ per magia ma forse per provocazione, al mattino la cittadina si risveglia abitata solo ed esclusivamente da italiani DOC. Peccato che insieme agli immigrati scompaia anche la sceneggiatura. Il film si perde allora tra una fotografia gelida e le reazioni dei superstiti privati di ogni privilegio e comodità per forza di cose. Le battute di Mastandrea e Abatantuono tengono alto il morale ma non entusiasmano gli animi, e intanto la trama scompare bloccata in un’empasse che, d’improvviso, paralizza l’intera macchina filmica. La regia si perde tra campi troppo lunghi e montaggi poco ritmati, la recitazione stenta su bocche di personaggi senza spina dorsale, e il racconto non prosegue se non per inerzia, incapace di prendere una posizione. La perdita del diverso non viene metabolizzata e diventa, così, più che altro pretestuosa.
La riflessione latita ed è davvero difficile capire se il ritratto di una popolazione pentita in maniera abbastanza superficiale sia frutto di una critica sentita o piuttosto di una certa sciatteria di fondo che potrebbe anche essere chiamata vigliaccheria. Perché è facile pensare che quello della favola sia uno scudo, difficile è capire che la morale espone chi la formula quanto una nuda rappresentazione della realtà, e forse anche di più.





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