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  • Shame: solitude standings
di Alessandro De Simone


Steve McQueen si conferma un autore a tutto tondo. Fassbender miglior nudo integrale maschile di tutti i tempi

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Confrontarsi con un tema delicato come la sessualità è sempre stata un'arma a doppio taglio per qualunque autore, indipendentemente dal mezzo con cui desidera raccontare la sua storia. Il cinema, più della letteratura, dell'arte e della fotografia, è pericoloso, perché permette di mostrare l'atto in sé, in forme più o meno esplicite e con risultati determinati dal talento e la sensibilità di chi è dietro la macchina da presa.
Shame, opera seconda di Steve McQueen, già Camera d'Or a Cannes per il suo folgorante esordio Hunger, racconta una storia disperata e dolorosa con una sensibilità rara, mostrando in tutte le sue sfaccettature la vita di un giovane rampante, bello e benestante affetto da una patologia dolorosa come la sindrome da ipersessualità.
Ossessionato dall'atto stesso dell'eiaculazione, catarsi continua che non gli consente comunque di superare un solo accennato, ma immanente, trauma giovanile, in cui è sicuramente coinvolta anche la problematica sorella, il famelico Brandon è alla perenne ricerca di sè disperso e di cui ha solo vaghi ricordi.
McQueen sa infondere alla vita di questo serial killer emotivo una forma cinematografica piena, amorevole, cogliendo sfumature umanissime e dolorose con una sensibilità di scrittura rara e una messa in scena raffinata, affidando a Michael Fassbender e al suo corpo, mostrato senza alcun pudore e con una naturalezza primordiale che non diventa mai mero esibizionismo, la necessità di mostrare. Una discesa negli inferi dell'anima con sullo sfondo una New York fredda e impersonale, trasfigurata come il personaggio, che con la sua moderna linearità si contrappone alle curve classiche che si prendono con selvaggia urgenza, componendo forme che riecheggiano le opere di Bacon.
Fassbender si abbandona alla storia con la stessa metodica follia con cui aveva fatto rivivere sullo schermo Bobby Sands proprio nel primo film di McQueen, costruendo l'interpretazione con una fisicità necessaria e definitiva.
Shame non raggiunge le vette formali e narrative di Hunger, ma ė comunque un'opera di altissimo valore, non solo estetico, ma soprattutto umano, raccontando le molte solitudini a cui la vita sempre più spesso ci lega.






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