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di Valeria Roscioni


In un’isola sperduta Crialese racconta la sua storia illustrata di mare, clandestini, e famiglia.

Terraferma di Emanuele Crialese

A volte la realtà compare e non solo si rivela, ma ci rivela. Una verità, un’emozione, un ricordo. Un’immagine può essere tutto. Il tempo e lo spazio perdono d’importanza e l’emozione arriva. Si chiama epifania e James Joyce, che per primo le diede questo nome, la definì come il «momento in cui la realtà delle cose ci soggioga come una rivelazione». Non basta però l’estetica. Non tutte le belle immagini sono epifaniche così come il profumo di non tutti i dolci rimanda all’infanzia.
Per questo non sempre le ricche e immaginifiche inquadrature di Crialese sono evocative. Il mare blu e profondo, una sequenza incredibile di richiesta d’aiuto e di violenza e, di contro, la sua speculare scena in cui il soccorso arriva nel momento più insperato e disperato. È il mondo triste degli immigrati africani che tentano di sbarcare in una piccola isola del Mediterraneo. È il ritratto fedele di un microcosmo conservato dal tempo che ora del trascorrere di quel tempo non può più fare a meno se non vuole morire di annichilimento e, soprattutto, di stenti. È Terraferma: racconto, decisamente per immagini, di una famiglia di autoctoni che si ritrova a salvare una donna incinta e suo figlio maggiore sopravvissuti per miracolo ad un viaggio durato ben due anni. Nell’estetica delle sfumature del blu c’è una cartolina di una malinconica bellezza che mette brividi quando si interroga sulla sua etica, su un codice che non permette di dare soccorso ai clandestini in mare perché la regola vuole che si chiami la Capitaneria di porto. O almeno questa è la legge raccontata nel film.
Al limite tra il retrogrado, la bontà d’animo e la sussistenza, gli isolani non hanno ancora vissuto il trauma del Gattopardo per cui affinché tutto cambi bisogna che ogni cosa rimanga com’è. Non sanno. Non sa niente neanche il giovane Filippo diviso tra una vita con il nonno che lo ha lasciato fuori dal mondo, una mamma, la sempre intensa Finocchiaro, che lo vorrebbe allontanare da quell’aria irreale e viziata, e uno zio, Beppe Fiorello, la quintessenza di quel contemporaneo che potenzialmente guasta gli animi. Nel personaggio di questo ragazzo di vent’anni risiedono tutti i percorsi che il film non riesce ad imboccare con certezza. Terraferma e il suo protagonista indugiano e tornano indietro, si affidano agli altri, alle loro interpretazioni convincenti, alla voglia di combattere lo stereotipo immergendovisi completamente, lasciando che penetri nella pelle avvelenando il sangue. Il tema, tanto, è toccante per definizione. Poi la barca si allontana tra la spuma del mare. E in quella epifania finale ognuno può vedere ciò che vuole: il tutto oppure il niente.






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