• Visioni - Cinema - Recensioni
  • Questa storia qua: anima fragile
di Alessandro De Simone


Ben realizzato, ma soprattutto vero e sincero il documentario sulla più grande rockstar italiana

Immagine

Venezia 68. è stato il festival di Vasco. Vengo, non vengo, e alla fine no, per motivi di salute, ma complice di Teresa Marchesi in Pivano Blues, dove si cimenta in una bella lettura di Urlo di Allen Ginzberg, e poi star incontrastata di Questa storia qua, come chiamano la sua vita i registi Sybille Righetti e Alessandro Paris, realizzatori di questo bel documentario che racconta per la prima volta il Blasco. Un ritratto sincero, in cui si scoprono le origini di quest'uomo che ormai non riusciamo a pensare lontano da un palco con una marea di gente ai suoi piedi, ma che una volta era un ragazzo come tanti, con i suoi amici, la sua mamma che non ricorda i titoli delle sue canzoni perché probabilmente ancora aspetta che il figlio si trovi un lavoro vero, e a un certo punto senza un papà, morto quando Vasco era ancora molto giovane.
Più che la rockstar, invero trattata tangenzialmente, scopriamo in questo lavoro biografico l'uomo che si racconta senza filtri e senza indulgenze, ricordando con nostalgia e anche rimpianto gli amici della gioventù a Zocca, la prima band, i primi successi e i momenti cupi, legati all'uso di stupefacenti e alla morte di Massimo Riva, suo talentuoso chitarrista e compagno di eccessi.
E poi la musica, naturalmente, che accompagna lo spettatore costantemente, ma in maniera mai invasiva, con le più belle canzoni del rocker che fanno da contrappunto ai diversi passaggi della sua vita.
Un documentario perfettamente compiuto, e non era facile, vista la strabordante personalità del protagonista, ma soprattutto un vero e proprio atto d’amore nei suoi confronti da parte della sua stessa gente (la Righetti è di Zocca, paese natale di Vasco, e figlia di uno dei suoi migliori amici), che ci fa scoprire i molti lati terreni del cantautore, consapevole del suo successo, ma anche dei suoi limiti, soprattutto emotivi, che ha cercato di superare grazie alla musica e alle parole che vi ha legato nel corso della sua ultratrentennale carriera. Sapere quanto personali siano canzoni che hanno cantato almeno tre generazioni di fans, come Albachiara, Anima Fragile, Siamo solo noi, ci fa sentire un po’ più vicini a Vasco e ci fa ricordare tante cose belle, dalle serate a bere del whisky al Roxy Bar alla prima volta che viene giorno, momenti che ci hanno fatto vivere e sorridere dei guai, rimanendo spesso senza parole.
Lui, invece, di parole ne ha trovate di nuove e sentite per la canzone inedita che chiude il documentario e che è dedicata a tutti quelli che non ci sono e a quelli che ci sono sempre stati. Lui li chiama I soliti, e funziona, perché se passi una bella serata e ti chiedono con chi, nella maggior parte dei casi è così che si risponde, con un mezzo sorriso che significa una cosa sola. Per fortuna loro ci sono ancora.





Commenti (13)

Inserisci il tuo commento

Immagine con il codice di verifica