De Palma porta sullo schermo la grande ossessione di James Ellory. Non tutto quadra, come nel migliore dei noir, ma la classe si vede
The Black Dalia, il film di Brian De Palma che ha aperto in tono “glamorous” la 63. Mostra del Cinema di Venezia, ci porta sin dalla prima scena in un’atmosfera da cinema di altri tempi. Voce off, fotografia smagliante, sinuosi movimenti di macchina ricreano un’atmosfera noir del resto tanto cara al cineasta americano. Ma questo fascino cinefilo rischia di farci uscire di strada perché in realtà il cuore pulsante del film è altrove.
Nell’adattare il magnifico romanzo di James Ellroy ispirato a uno dei più celebri delitti della California degli anni ’40, De Palma sceglie una strada diametralmente opposta a quella adattata da Curtis Hanson nel bel
L.A. Confidential qualche anno fa. In quel film la descrizione del marcio ventre nascosto della società americana “tipico della narrativa di Ellroy” veniva sacrificata in nome di un’operazione più di superficie, per quanto ben riuscita, sotto una patinatura terribilmente “cool” in cui si muovevano i protagonisti. Il risultato era un film scintillante e sensuale, lontano però dalla poetica dello scrittore di Los Angeles.
Qui De Palma ipnotizza lo spettatore con il suo solito uso mirabolante della macchina da presa, con il fascino dei suoi attori (su tutti una Scarlett Johansson che ha davvero la seducente lascivia delle dive dell’epoca), con l’intrigo della trama, ma ha il suo centro pulsante nello scavare in realtà nella torbida morbosità così evidente in Ellroy. Le ragioni della difficoltà del portare sullo schermo le fissazioni oscure di Ellroy sono evidenti: l’ossessione per l’omicidio, per la malvagità, per le perversioni sono materiale forse troppo bollente. De Palma aggira l’ostacolo mascherando la sua Dalia sotto un velo vistoso di trucco, ma permettendo al pessimismo anarcoide di Ellroy di vagare soffuso durante il film, lasciando una sensazione di disagio e malessere nell’anima cinematograficamente incantata dello spettatore.
Forse involontariamente De Palma aveva diretto dei personaggi tipicamente ellroyani in alcuni suoi film precedenti. L’avvocato David Kleinfeld di
Carlito’s Way (uno straordinario Sean Penn) non sfigurerebbe con il suo cinismo, la sua brama di potere e l’inconscio desiderio di autodistruzione in uno dei titoli della bibliografia di Ellroy. Era quindi un matrimonio potenzialmente dirompente quello tra Ellroy e De Palma e il risultato è un oggetto di grande fascino e complessità, superiore a quanto possa apparire a uno sguardo superficiale. Ma la dedizione al clima ellroyano cui De Palma si assoggetta crea ogni tanto qualche scompenso nel film. A volte gli attori “facce e corpi giusti, dalla Johansson a Josh Hartnett, da Aaron Eckhart a Hilary Swank” sembrano perdersi in loro stessi non riuscendo a essere sempre all’altezza della regia e della storia che devono interpretare. De Palma punta sulla loro “tipicità” fisica, ma ogni tanto sembra snobbarli, quasi a volersi concentrare soltanto sul clima nerissimo della messa in scena.
E infatti su tutti spicca Mia Kirshner “la Dalia assassinata” che, in filmati di repertorio che i poliziotti guardano durante le indagini, entra nella storia con prepotenza uscendo dalla distanza nell’interpretazione del personaggio, vero motore della storia. Una giovane donna che da morta ossessiona le coscienze di tutti i protagonisti, vittima simbolica “letteralmente sezionata in due” della perversa malattia del mondo.
In definitiva, con qualche pausa e con più di un difetto, De Palma ci offre comunque un altro tassello del suo viaggio morboso nelle ossessioni umane che caratterizza tutto il suo cinema, da
Le due sorelle a
Femme Fatale, e che tanto somiglia ai libri di Ellroy.
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