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  • 8 Mile
di Federica Aliano


Dalle strade di Detroit agli i-Pod di tutto il mondo, l'avventurosa vita di Eminem, il più grande rapper bianco di tutti i tempi.

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Eminem spacca. Non si può definire in altro modo quello che è e che fa. Su di lui si può dire quello che si vuole: al di là delle critiche alla sua persona, delle accuse di razzismo (provenienti da profani che non sanno che i rapper si chiamano 'niger' continuamente tra loro), dalla presentazione sul palco dell'Ariston dai toni simili a "è un bambino vivace, ma capitelo: ha avuto un'infanzia difficile…", quest'uomo è davvero forte, è The Real Slim Shady, e può permettersi di farsi scivolare addosso tutto questo fregandosene. Il suo sguardo scrutatore, la sua ironia al vetriolo che sbeffeggia i suoi colleghi più commerciali, hanno fatto di lui una mosca bianca (è il caso di dirlo!), un artista originale nel panorama rap contemporaneo.

E adesso si cimenta anche nella recitazione, in un film dal sapore spiccatamente autobiografico, con quel tanto che basta per non essere un ricalco proprio identico di se stesso. In 8 Mile Eminem vomita fuori le sue origini, la sua 'formazione professionale', il lunario finalmente sbarcato. E lo fa bene. I suoi capelli sono tornati castani, i suoi vestiti sono di nuovo cenci sdruciti acquistati a poco prezzo e i suoi grandi occhi azzurri sono sempre sgranati sul mondo, pronti a inghiottire qualsiasi influenza, qualunque elemento possa finire in una rima rappata; carichi di ingenuità, di odio, di rabbia, di curiosità, di affetto incondizionato, meravigliati a ogni vista, rassegnati allo scenario quotidiano, ma pronti alla luce nuova che lo fa sembrare diverso, occhi inquisitori, limpidi e carichi di odio e pianto come quelli di un bambino.

Non poteva essere che Detroit lo scenario in cui si svolge la vicenda, non solo perché è la città di origine di Marshall Bruce Mathers III, ma anche perché è la città hip-hop per eccellenza: come l'hip-hop fa man bassa delle basi, dei ritmi, dei ritornelli delle canzoni del passato, come ingloba le culture storiche, così Detroit è una città che 'ricicla' la sua stessa struttura, gli edifici in disuso, i fabbricati abbandonati. Non distrugge per ricostruire, ma inonda e fa nascere nuova, inaspettata vita. Una città che ha fagocitato persino i propri confini e ha fatto dell'8 Mile una linea di demarcazione, una trincea.

Già, perché si è in guerra qui, e le lotte si combattono a suon di rime ingiuriose. Anche se 8 Mile resterà un film che fungerà da documentario sul rap, anche se la colonna sonora sarà (lo è già) un successo, anche se le scene memorabili resteranno quelle dei duelli B-Boing, la pellicola è molto di più: è il racconto di un disagio sociale, di un disadattamento che non si può riscattare lavorando sodo, di una infelicità di fondo il cui urlo si cerca di coprire rappando, proprio come il Tony Manero de La febbre del sabato sera faceva ballando. Altra città, altri tempi, stesso tema di fondo; un lavoro che non soddisfa, non da prospettive, o comunque non basta a pagare l'affitto, amici che non voleranno mai più in alto delle loro finestre (o giù da un ponte), un talento, un sogno disincantato, una ragione per stringere i denti.

Una ragazza. Brittany Murphy con le sue gambe di gazzella e le due sfere di cristallo con cui osserva Rabbit, con cui sogna di volare via lontano…

E poi una madre snaturata, alcolizzata, che non si rispetta, che non sa allevare una bambina, una Kim Basinger straordinaria, pateticamente in parte, spenta dalla vita.

Mekhi Phifer, con quel sorriso che gli è rimasto stampato sulla faccia dalla prima scena di O, con quel dredd che gli cade sulla faccia in maniera artificialissima, sarebbe carino se tornasse a fare i videoclip di Brandy e Monica.

Non esiste scuola d'arte per l'hip-hop: la strada si impara per strada. A quanti sostengono che chiamare arte il rap equivale a imprecare, suggerisco di ascoltare i testi, l'incredibile ricchezza di vocabolario fortunatamente ben tradotta nei sottotitoli dei vari jammin. Per ottenere quei risultati, per sputare frasi in rima su basi tutte uguali in modo da farle diventare fottutamente originali, ci vuole dialettica, ci vuole una perfetta padronanza della metrica; solo così, nell'arco di tempo che intercorre perché un pensiero arrivi alla bocca, si tirerà fuori un concetto e lo si trasformerà in poesia.

E la strada è sporca. Aspetto evidente della perfetta fotografia di Prieto; sembra che ovunque si vada, dall'officina, al parcheggio, all'interno delle abitazioni, tutto sia polveroso e non si possa toccare niente senza sporcarsi. Una luce scarsa fa sembrare sempre tetro anche il giorno, fa sentire freddo, fa bruciare solo dentro, finché Rabbit non si prende la sua vincita nel solo modo possibile: mettendosi a nudo, accettando se stesso e tutto lo schifo che gli gira intorno.

Un'accettazione esasperata, disgustata, sicura che "un giorno me ne andrò da tutto questo, da tutti voi"; Un'accettazione non rassegnata, che sa aspettare, "Cause the Opportunity comes once in a lifetime".












PERSONAGGI ED INTERPRETI:


Jimmy "Rabbit": Eminem

Stephanie: Kim Basinger

Future: Mehi Phifer

Alex: Brittany Murphy

Cheddar Bob: Evan Jones

Sol George: Omar Benson Miller

DJ Iz: De'Angelo Wilson

Wink: Eugene Byrd

Janeane: Taryn Manning



CAST TECNICO ARTISTICO


Regia: Curtis Hanson

Sceneggiatura: Scott Silver

Fotografia: Rodrigo Prieto

Scenografie: Philip Messina

Montaggio: Jay Rabinowitz, Craig Kitson

Costumi: Mark Bridges

Musiche: Eminem

Prodotto da: Brian Grazer, Curtis Hanson, Jimmy Iovine

Produzione: Universal Pictures, Immagine Entertainment

Distribuzione: Uip

Durata: 111'




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