Finisce il 63mo Festival di Cannes e l'Italia si porta a casa un premio per la migliore interpretazione maschile che la giuria presieduta da Tim Burton ha assegnato ex-aequo ad Javier Bardem e al nostro bravissimo Elio Germano, veramente straordinario nel ruolo del vedovo imprenditore edile traffichino di La nostra vita.
E se già volevamo bene a quest'attore giovane e ricco di talento, adesso gliene vogliamo ancora di più per avere dedicato un premio così prestigioso e da lungo tempo lontano dall'Italia (1987 per l'esattezza, l'ultimo fu Marcello Mastroianni), al nostro Paese e agli italiani che fanno del loro meglio per renderlo ancora grande, "nonostante la nostra classe politica".
Elio, grande tifoso romanista, spero apprezzerà il paragone con Capitan Francesco Totti. Alphabet City ha incontrato Elio Germano sulla Croisette e gli ha fatto i complimenti. Speriamo di aver portato anche un po' di fortuna.
E dopo avere giustamente lodato il nostro premiato, parliamo di questo Festival di Cannes 2010, senza dubbio il peggiore che il sottoscritto abbia avuto occasione di vedere nella sua militanza ininterrotta dal 1999 ad oggi. Un festival con pochi film degni di nota, probabilmente solo uno, Boxing Gym di Frederick Wiseman, presente alla Quinzaine des Realisateurs, alcuni titoli passabili ma niente più, come Another Year di Mike Leigh e Tournée di Mathieu Amalric, giustamente premiato per la migliore regia, senza dubbio la più creativa e affascinante vista in concorso. Poi, molte cocenti delusioni.
Soprattutto hanno deluso i più attesi, dai maestri o presunti tali vecchi e nuovi, ai giovani di belle speranze ma con poche idee. Inutile fare liste, più sensato analizzare quanto si è visto in generale in dodici giorni tra festival e mercato. Il quadro che viene fuori non è affatto gradevole, in quanto l'arte cinematografica si trova in un momento di passaggio estremamente confuso sia dal punto di vista artistico che tecnico, ma anche, ed è altrettanto preoccupante, economico.
I registi più affermati hanno portato opere convenzionali, in linea con la loro poetica radicata e, soprattutto, sicura; ottima politica per i festival, pessima per il pubblico e la critica, per la quale oltretutto sembra esserci un fiero disinteresse, dato che con l'inchiostro con cui si stampano le recensioni non si fanno i film.
Le nuove leve, invece, hanno poche idee ma molto confuse, portando opere che vogliono essere innovative e che invece scimmiottano cose viste e straviste e soprattutto storicamente antiche, come il terribile esercizio godardiano Rebecca H. di Lodge Kerrigan o l'ancor peggiore Two Gates of Sleep di Alistair Banks Griffin, regista inglese convinto di poter raccogliere le eredità di Terence Mallick e Werner Herzog contemporaneamente, ma in realtà semplicemente infantile e presuntuoso, oltre che assolutamente privo di talento.
Nel complesso, comunque, il panorama è quanto mai mediocre e anche il mercato ne risente, con acquisti e vendite comunque limitati e solo per titoli che abbiano un reale potenziale, mentre continua la corsa al 3D che però è in questo momento un mero strumento commerciale, visti gli ottimi risultati al botteghino di tutti i film in cui è stata utilizzata la nuova tecnologia.
Speriamo sia vero che il Festival di Venezia 2010 possa usufruire dei film che non erano pronti per la Croisette, visti i molti grandi nomi rimasti fuori in maggio e che potremmo vedere in settembre, da Sofia Coppola a Clint Eastwood fino allo stesso Malick. Ma un festival non è solo una gara di tappeti rossi, serve soprattutto a tastare il polso del cinema che è e di quello che sarà come arte e per riuscire in quest'intenti è importante trovare il giusto contorno alle star. Vediamo se la nuova commissione selezionatrice e il direttore della Mostra di Venezia Marco Muller vinceranno entrambe queste sfide tra poco più dio tre mesi.