• Venezia 68: Il Festival dei calci in culo
di Alessandro De Simone


“Adesso vieni in sala con me e se non ci sono posti usciamo e ti prendo a calci in culo”. Il fine intellettuale che ha pronunciato questa massima è uno degli addetti di sala della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. La persona che avrebbe dovuto subire il trattamento di cui sopra il sottoscritto, accreditato stampa del festival dal 1999 e frequentatore dello stesso dal 1996.



Quindici anni in cui ne ho viste di cotte e di crude, ma alle minacce non si era mai arrivati.
I fatti: ore nove della mattina del 5 settembre, entrata della Sala Darsena, lato Sala Volpi (chi frequenta il Lido conosce), proiezione di Tinker, Tailor, Soldier, Spy. Piove, sono andato a dormire alle cinque dopo avere impaginato il daily iPad di Cinecittà News, tre ore scarse di sonno e di nuovo al lavoro. Arrivo davanti alla sala con Federica Aliano, troviamo cinque persone in attesa, sotto una pioggia battente, l’addetto di sala ci dice che la sala è quasi piena e devono controllare la disponibilità dei posti. Mentre lo dice fa entrare tre accrediti daily arrivati anche loro sul filo di lana, segno che qualche poltrona libera ancora c’è. L’ultimo a entrare è Camillo De Marco, collega di Cineuropa.org, con cui già la sera prima, alla proiezione di Dark Horse di Todd Solondz (a breve recensito su Alphabet City) avevamo constatato un certo smarrimento nel riempire i buchi da parte delle maschere, tanto che con una diecina di posti ancora liberi hanno bloccatto l’accesso ai molti rimasti fuori. Sarebbero state dieci persone in meno scontente di come sta andando.
Ma torniamo ai nostri calci in culo. Camillo entra dicendoci che avrebbe visto la disponibilità dei posti e avvertito le maschere. Nel mentre arriva il filosofo della pedata che si sostituisce al cordiale ragazzo che aveva fino a quel momento seguito la questione. E la giornata si illumina.
“Poteva svegliarsi prima invece di arrivare in ritardo”. Entro l’orario di inizio della proiezione non è in ritardo. Una giornalista arrivata di corsa, scalza e fradicia fa notare che piove e muoversi al Lido con la pioggia non è proprio una cosa comoda. “Piove, nei paesi anglosassoni piove sempre e la gente arriva al lavoro in orario”. Si dimostra uomo di mondo, il nostro amico, a cui dovevo forse chiedere dove poter prendere una delle quindici linee di metropolitana che collegano capillarmente il Lido di Venezia, una struttura di trasporto urbano che tutti i paesi anglosassoni ci invidiano.
Federica, detta anche “The Red Haired Bitch”, fa notare che le prediche non sono contemplate e riceve in tutta risposta un “Ah sì? Allora lei non entra anche se c’è posto”.
Nel frattempo arriva la notizia che la sala è piena, contestualmente a un sms di De Marco, ultimo entrato, che scrive “Buio. Difficile vedere ma ci stanno”. Commento la notizia dataci dal seguace di Heidegger descrivendo i miei attributi, decisamente meno interessanti di quelli di Michael Fassbender e qui Immanuel Kant scolpisce nella storia del pensiero occidentale l’incipit di questo divertissement.
Detto ciò, vado dal direttore organizzativo della Mostra Luigi Cuciniello e inoltro una formale protesta.
Un paio di precisazioni: Biennale ha redatto un regolamento d’accesso in sala assolutamente condivisibile e sensato, che non sempre viene seguito a dovere dagli addetti di sala, ma si sa, un grande festival ha molte problematiche e la comprensione nei confronti dell’organizzazione è conditio sine qua non per lavorare al meglio da entrambe le parti. Inoltre, nonostante i disagi strutturali e alcuni comprensibili intoppi, questa Sessantottesima sta procedendo anche meglio di precedenti edizioni e lo staff di Mueller sta lavorando molto bene. Quello che assolutamente non è concepibile è che dei professionisti che si sobbarcano dei costi ingenti per venire al Festival, accredito compreso (sessanta euro, a Cannes è gratis catalogo compreso) possano essere trattati in questo modo da persone che dovrebbero invece fare di tutto per agevolare il lavoro di chi fa conoscere nel mondo la struttura di cui sono dipendenti.
Non è la prima volta che succede nel corso degli anni, sarebbe opportuno che non succedesse più.
Nel frattempo Boris Sollazzo mi dice che Tinker, Tailor, Soldier, Spy è un capolavoro. Lo recupererò senz’altro pensando a questa bella giornata.