• Visioni - Arte - Interviste
  • Conversazione con Ronald Lewis Facchinetti
di Daniele Federico


Prendi l’arte e mettila nel container. Abbiamo chiesto all’ideatore di ContainerArt di parlarci di questo evento artistico itinerante

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Oggi come non mai il contesto ha acquisito un'importanza centrale: un packaging di grande appeal può far volare le vendite un prodotto, conosciamo l'opera di celebri compositori classici perché inseriti nella colonna sonora di un film, i locali serali cercano sempre più di vendere un atmosfera, un mood, un'attittude inedita, mentre servono da bere gli stessi drink.
Basta davvero cambiare il contesto per dare un nuovo vigore alle cose.

Ecco che a Roma mi imbatto in ContainerArt: alcuni artisti, stufi di chiudersi tra le mura di un museo, ma anche di lasciare le loro opere fuori dalle stesse mura e in balia degli sconvogimenti climatici, hanno deciso di portare le loro installazioni nei container, ovvero il mezzo a oggi più diffuso per il trasporto merci, che in questo caso diventa contenitore di arte contemporanea e insieme spazio per espositori pubblicitari.
Abbiamo fatto una chiacchierata con Ronal Lewis Facchinetti, ideatore e curatore di ContainerArt:

La prima domanda è di quelle con mille risposte: una tua definizione di opera d'arte.
La storia dell’opera d’arte è finita e con lei è svanita la necessità di rispondere a questa domanda. L’avanguardia non appartiene più alle opere o a coloro che le producono, ma ai fruitori. Per un fruitore d’avanguardia, l’opera è solo un mezzo per arrivare a un fine: uno strumento per avere esperienza del bello che è sepolto sotto le proprie nevrosi. A ognuno il compito di trovare la propria opera da affrontare a seconda delle sovrastrutture di cui è vittima.

Spiegaci cos'è ContainerArt attraverso il racconto della sua nascita.
Avevo fatto eventi di arte contemporanea in luoghi che permettessero l’isolamento: Self Storage, cabine ferroviarie ecc. Poi ho pensato ai container che, oltre a permettere l’isolamento, possono essere dislocati in giro per una città. A Bergamo sperimentai con l’idea di creare un mandala urbano fatto di piccole divinità occidentali. Lo feci con 21 container posizionati nel centro e nella periferia della città. Poi a Varese cominciai a sperimentare con posizionamenti molto anomali come sul pontile di un lago, oppure in una periferia dimenticata dalla città come San Fermo. Idem per New York dove ho depositato container di video arte anche a Chinatown dove non si era mai vista arte contemporanea. A Genova, città uterina, giocai con i concetti di contrazione ed espansione: l’ultimo giorno ho raccolto tutti i 24 container sparsi per la città a Porto Antico per un museo temporaneo a cielo aperto. Ora a Roma faccio un esperimento ancora più ambizioso: unire due cittá attraverso l’arte.

Il Container, dal punto di vista commerciale, ha rappresentato una piccola rivoluzione del trasporto merci e quindi della nostra epoca: in ContainerArt c'è un riferimento a tutto ciò?
I container non mi fanno impazzire. Infatti sono bruttini e le loro greche inquinano lo spazio espositivo. Ma sono ovunque e la loro logistica è ben rodata. Mi accontento e godo. Gli yogi costruiscono una capanna di fango e sterco per isolarsi dal mondo e meditare in pace. Io uso scatolette di ferro per contemplare l’arte.

Nella mente di tutti noi l'opera d'arte tipicamente intesa si trova all'interno del museo...
Già, ma i musei non funzionano. ContainerArt è un enorme esperimento di museologia per trovare spunti alla creazione del prossimo museo di arte contemporanea. Nel libro che lancio questa domenica, Beauty Inside, i risultati di questi esperimenti sono riportati a beneficio di colui che è interessato a costruire un museo di arte contemporanea che richiede il nostro tempo.

Attraverso quali fasi si è passati da quell'idea di fruizione artistica alla manifestazione da te ideata?
Direi che la fase cruciale è stata quella di capire che non mi interessava la superficie esterna del container, ma solo lo spazio interno. Superficie profana, spazio sacro. Poi lo scoprire che quella superficie interessava molto a sponsor che cercano visibilità di affissione. A loro consegno gli sguardi distratti della gente che passa. Ai fruitori consegno la contemplazione visiva dell’opera all’interno. Finché i due mondi rimangono separati, il modello funziona.

Parlaci di Gerusalemme e di cosa la differenzia da Roma rispetto a questo progetto artistico.
14 container a Roma, 3 a Gerusalemme. A Gerusalemme ho posizionato un container alla Porta di Jaffa collegato a un container a Piazza del Risorgimento a Roma attraverso un'installazione interattiva: un modo di legare un individuo all’altro attraverso sensazioni comuni. Forse un modo per ridare dignità all’arte contemporanea che ora non si prende sufficientemente sul serio. L’arte può stimolare il senso civico di una città e può unire i popoli, un individuo alla volta.

Qual è la parte più complicata del tuo lavoro?
La mediazione di tutte le esigenze per arrivare al posizionamento di un container in un particolare luogo.

Cos'è che non sopporti dell'arte contemporanea?
I musei e la loro architettura approssimativa, i critici e il loro linguaggio spocchioso, i curatori e la loro tendenza a proiettare le loro nevrosi sugli altri mascherandole in temi.

ContainerArt proseguirà? Come?
Continuerò con esperiementi di simultaneità sempre più complessi. L’anno prossimo parecchie città italiane con gemellaggi temporanei con città in giro per il mondo. Vorrei creare i primi Yantra globali: tre o quattro cittá simultaneamente per creare delle forme planetarie ideali.

Una delle difficoltà maggiori, nel mettere in pratica un progetto creativo, è far conoscere e convincere gli altri della propria idea. Abbiamo notato che l'utilizzo di internet da parte di ContainerArt non si ferma al semplice sito descrittivo. Avete anche altre strategie di comunicazione?
Non ho un piano media. Il container, con le sue brochure e i suoi messaggi posizionati in zone centrali della città, costituisce un potentissimo strumento di geomarketing. Poi, attraverso alleanze con partner locali si genera sempre tanto interesse anche sul web. Sto però facendo degli esperimenti con siti come Flickr, con cui ho creato un gruppo che raccoglie foto di passanti e installazioni di containerart. Ma queste sono cose secondarie. ContainerArt è una manifestazione
che vive sul luogo, non su internet.


L'evento è in mostra a Roma per il ContainerArt Roma-Gerusalemme fino alla serata conclusiva di domenica 2 dicembre in cui ci sarà la presentazione del libro Beauty Inside al Mattatoio di Testaccio.

ContainerArt Roma-Gerusalemme
Da un'idea di Ronal Lewis Facchinetti
A cura di Ronald Lewis Facchinetti, Luisa Castellini e lo staff di Enzimi
Produzione Roma: Associazione culturale ContainerArt e ZoneAttive
Liaison Gerusalemme: Chiara Segni