Il regista e fumettista ha vinto il premio del pubblico al Ravenna Nightmare Film Festival, grazie al suo documentario The Diabolikal Super-Kriminal

Tra le sorprese offerte dalla scorsa edizione del
Ravenna Nightmare Film Fest è sicuramente da annoverare la visione in anteprima del documentario
The Diabolikal Super-Kriminal che, dopo essersi aggiudicato il premio del pubblico, ha iniziato un tour di proiezioni che comprende sale d’essai e tappe che fuoriescono dai canonici circuiti cinefili.
Opera del regista e disegnatore SS-Sunda, già autore di cortometraggi caustici e spiazzanti come
Flesh Doll Operetta, il film ricostruisce la storia di un fenomeno editoriale della seconda metà degli anni Sessanta, il fotoromanzo
KILLING. Concepite a ridosso del successo di
Diabolik, il più noto anti-eroe in calzamaglia creato dalle sorelle Giussani, che a loro modo iniziarono a lacerare il velo di pudicizia, cattolicesimo e censura che pesava come una cappa sulla cultura e società italiana, le gesta efferate del sadico KILLING e della sua inseparabile compagna Dana rappresentarono l’apertura delle cateratte del sesso e della violenza nell’ambito delle edizioni cartacee nostrane, e fu subito successo.
Il documentario offre la possibilità di conoscere coloro che produssero, diressero e interpretarono le dissacranti pagine di un culto, esportato in decine di paesi e concepito in ogni suo scatto con quella dinamicità cinematografica che lo contraddistinse dalla pletora di imitatori che invasero le edicole dell’epoca. SS-Sunda si dimostra narratore attento e appassionato, capace nel cogliere le espressioni, le movenze e le dichiarazioni più significative degli intervistati, e di alternarle in un montaggio estroso, che riesce ad amalgamare i diversi formati con cui il documentario è stato realizzato. Un’arguzia trasfusa in ogni ambito tecnico, dalla fotografia che vira impazzita da un crudo e sporco realismo a lampi lisergici, alle note di una soundtrack cangiante e camaleontica. La struttura documentaristica adottata da SS-Sunda è lungi dall’esaurisrsi nella formula delle talking heads e cadenza il piglio cronachistico con lacerti fictionali che mandano in solluchero gli amanti del thrash-movie d’antan. Un film imperdibile che mantiene alto il vessillo dell’indipendenza e che grazie alle strategie comunicazionali curate dal regista stesso, e che sta facendosi largo nelle acque torbide della distribuzione.
In attesa di una più capillare e meritata visibilità cerchiamo di saperne di più dalla voce del suo autore.
Come mai hai deciso di incentrare un documentario sulla figura di KILLING?
Dopo vari cortemetraggi e mediometraggi porno-splatter avevo voglia di misurarmi con qualcosa di più “commerciale” e, avendo pochi soldi per un film di fiction, ho pensato di provare a fare un documentario - anche se ho sempre detestato i documentari. In poche parole, è stata l'esigenza di misurarmi con qualcosa che avevo sempre ripudiato, e per evitare un grosso schock, ho scelto KILLING essendo stato un mio grande amore adolescenziale. Ci tenevo a un equilibrio.
Qual è stato il processo produttivo di un’opera tanto atipica per il panorama filmico italiano?
Leggermi tutta la collezione completa di KILLING, nelle sue edizioni italiane, francesi, argentine, turche, americane; leggermi mille fotoromanzi e fumetti sexy del periodo, più riviste di costume. Guardarmi mille film degli attori che recitavano nel foto-fumetto, leggermi gli altri fumetti degli sceneggiatori, farmi la mia idea e poi scrivere, scrivere, scrivere e cercare artefici e protagonisti.
Non deve essere stato facile rintracciare quanti all'epoca hanno dato vita a questo irriverente "foto-movie", puoi raccontarci alcuni aneddoti al riguardo?
Per niente facile!!! Soprattutto per gli attori e le attrici. Ho faticato molto perché molti di loro avevano un nome d’arte, oppure non erano accreditati nel fotoromanzo, oppure non lavoravano da decenni. L’aneddoto più bizzarro è legato al personaggio, a mio avviso, più divertente del documentario, ovvero il “Tarzan italiano” Vito Fornari (come lui ama definirsi in terza persona): si cercava la strada di casa sua tra mille viuzze di un cementoso e grigio quartiere romano, non ci stava un filo d’erba, né un albero. Alla fine, dopo mille giri, ci siamo trovati davanti a una strada, all’unica strada con del verde, e indovina che piante la decoravano? Delle Palme! Ti rendi conto, le uniche piante del quartire erano palme e stavano nella via del “Tarzan italiano”!!!!
Tra il materiale girato c'è stato qualcosa che ti è dispiaciuto dover eliminare o escludere dal montaggio finale?
Risposta 1: no, perché, a parte le interviste, ho utilizzato tutto quello che avevo. Risposta 2: in produzione non sono riuscito a girare, per motivi di budget, più ricostruzione filmica del personaggio di KILLING, per cui mi dispiace di non avere avuto in montaggio più fiction da utilizzare per frammentare le interviste.
Penso che la struttura narrativa di The Diabolikal Super-Kriminal superi di gran lunga la stantia formula del documentario, vi sono infatti commistionati cronaca, interviste, una sorta di detection e persino un cortometraggio di tua ideazione ispirato alle gesta del villain: è stato concepito così sin dall'inizio oppure il suo impianto è andatosi formando in un work in progress?
La struttura narrativa finale mi era ben chiara sin dall’inizio. Volevo fare un documentario pop, privo di voci narranti (a parte un commento di un trailer d’epoca e un finto radio giornale), e di tutto il resto che poteva renderlo “televisivo” nel più negativo dei termini. Non ho fatto altro che concentrarmi sul riuscire a mettere insieme elementi nuovi e importanti per chi già conosceva KILLING, e delle basi fondamentali per chi non avesse mai sentito parlare di lui o dei fumetti neri o dei fotoromanzi per adulti. Era molto importante per me fare un documentario, anche se magari di nicchia, “per tutti”.
Cosa pensi si possa fare per cercare di dare maggiore opportunità a un cinema davvero indipendente, e per ottenere maggiori possibilità di realizzarsi e soprattutto visibilità?
Uccidere i produttori e impossessarsi delle loro case di produzione e distribuzione e così fornire ai gestori delle sale una scelta di film veramente a 360°, perché credo veramente che il pubblico per tutti i gusti cinematografici ci sarebbe.
Tu sei anche un bravo disegnatore di fumetti e illustrazioni, cosa accomuna e differenzia il tuo lavoro rispetto ai diversi mezzi espressivi con cui ti cimenti?
In comune c’è la voglia di esprimersi, mentre la differenza è abissale: il cinema è un lavoro di gruppo, di collaborazione, un insieme di persone che lavorano per un fine comune. Fare fumetti è molto più romantico perché sei tu solo dentro il tuo mondo, al massimo ogni tanto c’è uno scambio di idee tra un eventuale autore di testi o disegnatore. Per cui preferisco fare i fumetti, ma non disprezzo il cinema.
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