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29 luglio 2010  



  • Letture - Fumetti - Interviste
  • Serial toys. Intervista a Maurizio Ercole
di Andrea Grieco


Graphic designer, cartoonist e fumettista. Abbiamo incontrato l'autore di Serial Toys, fumetto indipendente italiano che nulla ha da invidiare alle grandi case editrici

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Anomale e imprevedibili come si conviene, è ancora possibile scorgere delle sorpredenti realtà nel panorama del fumetto indipendente italiano che, nonostante le ristrettezze di mezzi economici, nulla ha da invidiare al monopolio delle grandi case editrici, né dal punto di vista grafico, né tantomeno da quello creativo. Ne è un ulteriore conferma l’uscita dell’albo, in tiratura limitata, numerata e firmata, di Serial toys del disegnatore e graphic designer Maurizio Ercole, che raccoglie la psicotronica storia che l’autore ha concepito originariamente per le pagine dei tre volumi Monstars, antologie del fumetto realizzate per la Nicola Pesce Editore, anch’essa sempre attenta a cogliere e a dar visione a quelli che sono i nuovi fermenti in atto. Un prezioso esempio di passione e perizia tecnica, curato personalmente da Ercole in ogni suo aspetto, compresa la confezione la cui cover palesa le fonti di riferimento e di ispirazione dell’artista; impossibile infatti non restare ipnotizzati di fronte a una ripresa degli stilemi acidamente naïve degli storici EC Comics di William Gaines, le “corruttrici” pagine degli irrequieti teenagers americani classe Cinquanta, e alimento immaginifico per una sfilza di futuri castigatori dei repressi costumi della cultura yankee, da George A. Romero a Stephen King. Crime story, sci-fi e horror sono le componenti del genoma artistico di Ercole, che opportunamente s’intersecano ed esplodono per dar vita a uno sfrenato susseguirsi di bizzarre e terrificanti situazioni, grazie a tecniche e presupposti dei quali abbiamo dialogato insieme all’autore.

La cover di Serial Toys edita da Ciccio Foca ComixDi sicuro l’immaginario dal quale attingi non è da ricercare nella tradizione italiana; puoi dirci dettagliatamente come è avvenuto il tuo incontro con i feticci della cultura pop americana e in che modo è stato possibile riconvertirli in un nuovo, personale stile?
Da ragazzino, nel corso degli anni '80, le mie letture preferite erano brevi racconti a fumetti dell'orrore e di fantascienza che trovavo nei pocket e in appendice delle testate dei supereroi americani. Erano gran parte pubblicazioni anni '70, comprate a quattro soldi nei negozi dell'usato. Spesso proponevano fumetti realizzati negli anni '60 o addirittura negli anni '50. Anche il cinema ha investito un ruolo determinante, non tanto quello che proiettavano nelle sale, ma i vecchi film a basso costo, i B-movie per intenderci. Venivano trasmessi nelle TV locali come riempitivo. Tarantole, mantidi, formiconi giganti, Godzilla, Gamera, alieni macrocefali provenienti dallo spazio profondo e creature mostruose, hanno profondamente segnato il mio immaginario. Ero, e sono tuttora, così affascinato da queste storie che mi è venuto spontaneo fin da subito riproporle nei miei disegni. Ho rivisto dei vecchi fumetti che facevo alle medie, non sono poi così distanti dalle cose che faccio ora. Insomma sono cresciuto con questi vecchi film e fumetti dell'orrore e di fantascienza che non rappresentavano minimamente la mia generazione, ho ricevuto una formazione culturale sfasata rispetto ai tempi che vivevo. Tutt'ora ne sono sotto l'influenza. Gran parte della mia produzione è orientata a riproporre queste suggestioni. Semplicemente cerco di trasmettere al lettore le atmosfere e gli entusiasmi che hanno caratterizzato la mia infanzia.

Soprattutto nell’ambito dell’illustrazione e del fumetto indipendente si sta assistendo alla “musicale” pratica della coverizzazione, riprendendo personaggi ideati da altri autori: tributi, esercizi di stile o sberleffi dada?
Trovo che la cultura dominate che caratterizza la nostra epoca non sia poi così interessante come vorrebbero farci credere. Se guardare al passato è un rifugio dalla modernità chi, come me, ne ripropone gli echi compie in realtà un tentativo di cambiamento. Per assurdo un percorso a ritroso può rappresentare un forte rinnovamento. Del resto il processo creativo è paragonabile a una pratica alchemica, dove gli archetipi vengono adoperati per cerare nuove forze, così come le forme preesistenti e primitive hanno dato origine alla nostra cultura, il processo di rielaborazione del passato ci permette di creare nuovi mondi.

Secondo la tua esperienza ha ancora senso nell’ambito della narrazione, sia essa filmica, letteraria o fumettistica, parlare di “genere” come parametro di definizione linguistica o stilistica? Qual è la tua attitudine rispetto ad esso?
Da sempre la narrativa definita di "genere" ha rappresentato la cultura popolare. Personalmente non faccio distinzioni tra narrativa di "genere" e narrativa "impegnata". Raccontare e ascoltare una storia è una pratica antichissima, una modalità del linguaggio indipendente dai generi o dalle finalità intellettuali. In questi ultimi anni si è assistito a un processo di riscoperta delle culture “popolari” e, se da un lato ciò è servito ad abbattere i pregiudizi, dall’altro ha prodotto una banalizzazione delle stesse.

Dal tuo blog è possibile fruire di un’esauriente galleria di lavori che lasciano evincere l’utilizzo di svariate tecniche; in base a quali criteri scegli quella da utilizzare?
Il criterio è sempre quello dettato dalle sensazioni che una determinata tecnica può trasmettere. Uso principalmente i pennelli. In alcuni casi, per accentuare la drammaticità della storia, preferisco un tratto più netto dove le ombre sembrano “tagliate con l'accetta”. In altri casi, ammorbidisco il segno con la china acquerellata, come se stessi filmando con una pellicola in banco e nero. Altre tecniche rappresentano episodi isolati, frutto di sperimentazioni e di una continua ricerca sui materiali da utilizzare. La sfida è poter utilizzare più tecniche pur mantenendo una certa coerenza di stile e riconoscibilità nel segno.
Una tavola di Maurizio Ercole da Serial Toys
Capita sovente che adotti diversi sistemi di colorazione per lo stesso disegno o le stesse tavole, che importanza ricopre per te il colore e quali pensi siano le sostanziali differenze e caratteristiche delle pigmentazioni classiche e di quelle digitali?
Nonostante sia più legato al bianco e nero, e per tradizione a un fumetto più classico, l’uso del colore è principalmente destinato alle copertine o alle illustrazioni. Le tavole a fumetti che ho colorato erano nate sostanzialmente in bianco e nero e poco si prestavano al colore. È stato più che altro un esperimento, con risultati che mi hanno lasciato perplesso. Recentemente mi sono ripromesso di realizzare delle tavole pensate appositamente per il colore. Tempo fa avevo perfino idea di eliminare totalmente il tratto nero e provare a realizzare delle tavole con il solo utilizzo dei colori, con una tecnica che può ricordare quella serigrafica. In passato ho usato molto i colori tradizionali, soprattutto pennarelli, acquerelli e acrilici modulati dalle tonalità dei pastelli. Uso ancora queste tecniche, soprattutto nei bozzetti, per i lavori finiti mi affido al digitale che mi permette di ottenere con più facilità quell'effetto di "tinte piatte" tipiche dei fumetti popolari. Nel disegno e nel ripasso a china ho bandito totalmente l’uso del computer, anche le correzioni preferisco farle con metodi tradizionali: ritaglio, incollo e sbianchetto come si faceva una volta. Questo mi permette di mantenere un certo calore nel segno e un rapporto con le materie che il computer non è in grado di dare.

Tu sei molto attento a quanto si manifesta in campo artistico, tanto che curi personalmente un sito di raw-art; puoi spiegarci cosa ti ha spinto in questo impegno e quali pensi siano i percorsi che l’attuale scena creativa sta intraprendendo?
Nonostante il fumetto e l'illustrazione siano le modalità espressive a cui sono più legato, mi dedico spesso alla pittura e alla scultura del legno, prevalentemente feticci tribali come i Tiki. Anche se il mio stile non è accademico, resto comunque legato al disegno, al quadro nella sua accezione più tradizionale. L'idea di curare un sito legato alla raw-art è nata dalla necessità di entrare in contatto con altre persone che, come capita a me, hanno un approccio più istintivo e meno concettuale verso l'arte; più legato alla materia, al disegno come scrittura primordiale. La raw art, che in sostanza ha origini dall'art brut e dall'arte naïve, non considera la preparazione accademica di un artista, ma la sua capacità di esprimere sensazioni senza impalcature culturali o ideologiche. Raw art non è un vero e proprio movimento artistico, ma un'espressione che identifica una moltitudine di stili diversissimi tra loro, di artisti che operano spesso al di fuori dei canali dell’arte. Al di là delle definizioni e delle correnti artistiche, mi hanno sempre attratto i disegni dei primitivi, dei bambini, delle culture indigene, dei folli e degli autodidatti in genere.

Come concili la tua passione per i comics e il lavoro di graphic-designer?
L'amore che nutro verso la carta stampata mi ha portato ad occuparmi prevalentemente di grafica editoriale, spesso e volentieri anche in ambito fumettistico. Contrariamente al disegno, la grafica mi impone un processo creativo quasi scientifico, fortemente controllato. Nonostante questa diversità, si tratta di due mondi in continuo dialogo i quali, in qualche modo, si influenzano a vicenda.

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