Contentino ai fan più romantici della serie TV, che purtroppo trascura gli ingredienti fondamentali di quello che erano le avventure di Mulder & Scully

Se siete fan della serie almeno la metà di chi scrive, allora niente di tutto ciò che leggerete qui potrà convincervi a non andare a vedere questo film. Un vero appassionato, di quelli che sanno i nomi di tutti i personaggi di tutte le nove stagioni, non può perdersi il capitolo conclusivo (come non può non collezionare le ultime due stagioni solo perché Fox Mulder si vede di meno).
Ciò detto, mettiamo da parte l’entusiasmo da
geek e diciamocelo chiaramente: questo secondo film ha ben poco a che vedere con
X-Files, la serie che ha cambiato per sempre il concetto di telefilm. Mancano i due ingredienti fondamentali: il paranormale, ridotto qui a esilissimo raccordo pretestuoso, tanto per richiamare Mulder dal suo esilio volontario, e il complotto governativo, quella serie di dietrologie che per anni ci ha fatto temere minacce nascoste anche da parte del tranquillo dirimpettaio con la panzetta.
Erano anni che questo secondo capitolo per le sale doveva essere realizzato e procrastinare non porta mai niente di buono. Per questo, anche se a dirigerlo e persino a scriverlo si è scomodato Chris Carter in persona, il film risente moltissimo dello sciopero degli sceneggiatori, se non altro per una revisione dei dialoghi, spesso pomposi e involontariamente divertenti. Ma di fatto non si può negare che David Duchovny e Gillian Anderson funzionano insieme come poche altre coppie di attori (magari se ne convincessero loro per primi, anziché andarsi a cercare conferme attoriali che con tutta probabilità non arriveranno mai), incrociando sguardi collaudatissimi e reggendo di fatto in piedi l’intero baraccone.
Perché di questo si tratta, di una catasta di domande retoriche ed etiche, la maggior parte delle quali non dispongono di risposte. “X-File” una volta significava “caso irrisolto e irrisolvibile per indizi inspiegabili”; ora diventa sinonimo di qualcosa che ancora una volta non ha risposta, ma soltanto perché siamo noi che non possiamo rispondere con certezza a domande quali “Esiste un Dio?”, “I pedofili pentiti hanno diritto al perdono?”, “Fino a che punto è giusto accanirsi con le terapie su un malato terminale?”. C’è poi la questione della ricerca sulle cellule staminali che, se da un lato porta a ripetitive scene di un dottor Frankenstein (compiaciute e dopo un po' ben poco orrorifiche, condite oltretutto da un punta di omofobia), dall’altro sostiene che c’è ricerca e ricerca. Come internet, il cellulare, la televisione, anche la ricerca, se male utilizzata, è uno specchietto per i mostri; ma se gli stessi strumenti vengono messi in mani capaci e guidate dalla saggezza, allora si potrebbe persino pensare di salvare questo mondo.
Su tutto si staglia il personaggio di Dana Scully: integro, solido, originario. Forse l’unico vero elemento di raccordo con la serie televisiva, Dana è sempre alle prese con i suoi tormenti interiori e l’amore per un uomo che in fondo nemmeno lei comprenderà mai.
Divertententi alcune trovate, come il jingle di fronte alla foto di George W. Bush. E come il “contentino” per i fan più nerd durante i titoli di coda. Ma anche per i più romantici…
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