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  • Surveillance
di Michela Greco


Dopo il terribile debutto con Boxing Helena Jennifer Lynch ci stupisce con un thriller a incastro che ripropone Rashomon nell’America profonda di oggi. Tensione, delitti efferati, piccolezze e follia della provincia per un film narrativo “tradizionale”, lontano dallo stile di tanto padre

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Ancora traumatizzati dall’esordio con Boxing Helena, che per fortuna, essendo passati quindici anni, stiamo riuscendo a dimenticare, temevamo il peggio. Il film del 1993 con Julian Sands era sconnesso, astruso e pretenzioso: si leggeva chiaro l’impegno messo per onorare il cognome e la sua fama, ma le idee visive, narrative e di messinscena erano al contrario molto confuse. Con Surveillance – presentato in anteprima al Noir in Festival di Courmayeur - invece Jennifer Lynch ci ha stupito. L’erede di tanto padre ha costruito un film dal solido impianto narrativo, strutturato in modo efficace ed equilibrato, riuscendo ad innescare una buona dose di tensione sin dalle sequenze iniziali – le uniche in cui, soprattutto a livello visivo, si sente un po’ la mano di papà David – e a tenere alto il ritmo e le attese fino all’epilogo.
In una sorta di Rashomon ambientato nell’America profonda di oggi, fatta di infinite strade isolate e di poliziotti di provincia annoiati e frustrati, i due agenti dell’FBI Julia Ormond e Bill Pullman piombano nel locale posto di polizia per far luce su una serie di efferati delitti avvenuti nella zona. Lì interrogano tre persone coinvolte in un incidente che poi si è trasformato in tragedia: una giovane tossica, un poliziotto cittadino e una bambina sono gli unici scampati al massacro seguito a un banale tamponamento. I tre vengono interrogati separatamente e forniscono ognuno una versione diversa dei fatti, mentre i due federali – lei seducente e materna, lui taciturno e inquietante, con il suo volto gonfio come una maschera – cercano di venire a capo dell’enigma. Asciutto ma non banalmente lineare, teso ma non alla ricerca dell’effetto facile, Surveillance è un buon thriller a incastro in cui non mancano efficaci scene splatter e un non banale ritratto della piccolezza e della follia della piccola provincia americana. Bill Pullman ha un viso turgido e sformato che, da solo, reggerebbe egregiamente la sua parte, ma lui ci aggiunge anche una bella interpretazione in crescendo. Come quella della collega Julia Ormond, il cui personaggio si sviluppa attraverso molte sfumature, tutte convincenti.
Jennifer sarebbe promossa a pieni voti se non fosse per la prevedibilità di alcuni sviluppi, la forzatura di certi passaggi e la tendenza allo stereotipo di un paio di personaggi. Ma se l’evoluzione della giovane Lynch continuerà seguendo la progressione tra il suo primo e il secondo film, l’opera terza potrebbe essere una pellicola da fuoriclasse.







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