Elmetti futuristici, farfalle nelle mani, elaborati copricapi fatti di animali... Entriamo nello splendido mondo di questa artista italo-canadese: ci vuole pochissimo per rimanerne affascinati
Uno degli aspetti decisamente più peculiari ed eccitanti del New Pop è la provenienza e formazione spuria di coloro che stanno contribuendo a ridefinirne il cangiante scenario. Non c'è ambito espressivo, modello o fonte di riferimento che non possa transitare in questo universo che trasforma in eccezionali ed eccentriche visioni i prodotti ludici di una cultura che altrimenti collasserebbe in una sterile autoreferenzialità e che, invece, trova in una folta schiera di artisti sensibili gli interpreti delle potenzialità estetiche celate dall'affastellamento consumistico. Un movimento nel quale si è ritagliato un posto di rilievo l'immaginario spiccatamente muliebre di Camilla D'Errico, autrice affermatasi inizialmente come disegnatrice di fumetti il cui stile omaggia la produzione sequenziale di matrice nipponica.
Un segno che va facendosi sempre più definito e personale che l'autrice estende sulla tela, e grazie al quale riscontra un immediato successo esponendo in prestigiose gallerie di Los Angeles, San Francisco e New York. Sarà ancora la città degli angeli ad ospitare i suoi lussureggianti dipinti in una collettiva tutta al femminile intitolata Sweet Surrender, che si terrà dal 6 al 28 marzo presso la Gallery 1988, dove le commistioni ciber-paniche dell'artista canadese saranno affiancate da opere di Mia, Krista Huot, Jennifer Tong e Allison Torneros.
Ci illustri il percorso che ti ha portata a realizzare eccezionali dipinti dopo esserti cimentata con l’arte sequenziale?
Il percorso è cominciato a Vancouver, poco dopo aver conseguito la laurea in arte grafica e design digitale. Ho dipinto alcuni quadri piccoli per una galleria di Vancouver che si chiama Ayden Gallery; hanno suscitato un notevole interesse così il direttore (adesso mio caro amico) mi ha chiesto di partecipare ogni tanto nelle mostre che organizzava. Quindi a Vancouver, ero conosciuta per quei miei quattro o cinque quadri inclusi in un paio di show. Poi nel 2007 ho partecipato a una piccola mostra di snowboard dipinti a mano. Qualche settimana dopo l’apertura della mostra ho ricevuto una telefonata da un collezionista che, avendo visto il mio snowboard in vetrina, voleva farmi da agente a Los Angeles dove era in corso un “rinascimento” nel campo dell’arte. Ho partecipato alla prima mostra losangelina nell'aprile del 2007 e da lì non ho più guardato indietro.
Sei una delle personalità più in auge del caleidoscopico e cangiante universo neopop; cosa pensi di questo movimento che sta da qualche anno attraversando come un uragano il mondo dell’arte, e che spesso trasborda dai limiti restrittivi di musei e gallerie per invadere il vivere quotidiano?
Sono convinta che avevamo bisogno tutti di una rivoluzione in campo artistico perché mi sembra che la società e la nostra cultura siano troppo focalizzate sul materialismo, sulle cose senza poesia, senza cuore e senza spirito. Invece questa forma di arte spinge i limiti, li distrugge e detta nuove regole che a loro volta vengono distrutte. È un bellissimo periodo, anche se un po’ anarchico, di sicuro contrario allo status quo, all’arte classica, ma è solo così che si cresce e si cambia in meglio. Ci voleva una nuova voce e un nuovo medium attraverso il quale raccontare la storia che stiamo vivendo oggi.
Presumo che la scelta di dedicare un fumetto ad Avril Lavigne rientri in un progetto coerente con le modalità della fruizione mediatica contemporanea. A questo proposito, quali similitudini o differenze pensi che contraddistinguano i sistemi di percezione di un fenomeno, artistico o semplicemente spettacolare, in ambito orientale e in quello occidentale?
In realtà per il progetto di Avril Lavigne sono stata contattata e non era un'idea mia, come invece lo è BURN. Doveva essere una serie di webcomics, ma poi è stata sviluppata in una graphic novel. Visto il cambiamento ho potuto, con Joshua Dysart, sviluppare la storia e il concetto. Alla fine siamo riusciti a creare una vera storia, bella e piena di emozioni, sorprendendo tutti coloro che pensavano che sarebbe stata l’ennesima promozione mediatica. Purtroppo quando si parla di fenomeni artistici o del mondo dello spettacolo si rischia di perdere di vista la realtà delle cose, e confondere la vera identità della persona rispetto al suo personaggio. Non conosco abbastanza bene il mondo orientale per poter commentare le differenze di percezione; per quanto mi riguarda posso dire che nell'ambito dei fumetti noi autori siamo visti, e ci consideriamo sempre, delle persone normalissime, cosa che invece non si può dire degli attori o cantanti. Io non sono circondata da paparazzi, quindi la mia vita è normale! Ma mi fa sempre piacere, e mi sorprende, quando magari le persone si mettono in fila ad aspettare per avere il mio autografo... non mi abituerò mai! A parte l’universo nipponico, e i manga in particolare, quali sono gli altri riferimenti culturali e figurativi che fanno parte del tuo retaggio e che influenzano la tua produzione?
I cartoni animati americani, i classici cartoons che guardavo sempre da bambina, poi i film e le serie televisive (ho sempre guardato molta tv). Oggi invece mi ispiro molto alla fotografia, mi perdo nella bellezza delle foto e sopratutto in quelle che ritraggono animali. Ho sempre amato la natura, cosa che mio padre ci ha sempre insegnato, il rispetto per la natura. Adoro gli animali. Poi sono una ragazza romantica, e mi piacciono le storie d'amore. Mi piace molto la letteratura classica; infatti il mio libro, Tanpopo, è basato sulla storia di Faust. Devo dire anche che, essendo italiana, cresciuta come un'italiana (in Canada), tendo a vedere il mondo con certi parametri italiani: l’importanza della famiglia, la lealtà, l’amicizia, l’espressione delle forti emozioni, ma anche il senso del design e della moda - penso che questi contribuiscano molto all’insieme delle cose che mi influenzano.
Nei tuoi dipinti è particolarmente emozionante riscontrare un’armonia compositiva raggiunta ritraendo improbabili realtà che sfidano le leggi della gravità. Come riesci a raggiungere questo fascinoso effetto e qual è il lavoro di preparazione che normalmente precede la realizzazione del quadro vero e proprio?
Prima di ogni mostra decido un tema per i quadri e faccio degli sketch per avere un'idea generale dello spazio. Penso alla composizione, agli animali e alle emozioni che vorrei dipingere. Poi, dopo aver preparato i pannelli di legno, incomincio il quadro vero e proprio. Spesso però il quadro non è come lo avevo immaginato, perché in ogni pannello di legno esiste già la ragazza e i suoi animali e io devo semplicemente scoprirli. Quindi non cerco di imporre le mie idee sul pannello, ma lascio che il pannello, e il pennello, mi guidino a tirar fuori il quadro. Man mano che dipingo, diventa sempre più evidente quella che sarà l’immagine finale. Adesso sto anche impiegando il triplo del tempo per realizzare ogni quadro perché sto inserendo molti più dettagli nei miei dipinti. Con ogni mostra sento di migliorare e non vedo l’ora di cominciare a lavorare ai prossimi quadri per le future mostre.
Che siano intricati sistemi cibernetici o teriomorfiche composizioni, ci sono sempre dei complessi copricapi a ornare la testa delle figure dei tuoi dipinti. Ci spieghi il motivo di questa ricorrenza e la simbologia che sottende questo tuo segno stilistico?
Sai, non c'è un vero motivo e neanche una simbologia. Lascio agli altri il compito di interpretare, attraverso la loro immaginazione, il significato delle opere. Io semplicemente dipingo, e i quadri mi trasportano in un altro mondo, e mi piacciono le mie ragazze con i loro elmetti e i loro animali. Per me è questione di bellezza, di estetica, niente di più.
Come mai è quasi completamente bandita dalle tue opere la presenza maschile?
Vero?! Non lo so! Ho sempre pensato che le donne fossero più belle degli uomini: le curve, le emozioni, tutto. Forse perché in ogni ragazza c'è una piccola parte di me e io mi sento molto donna, molto femminile. Però il mio primissimo fumetto, BURN, è la storia di un tredicenne. Quindi l’equilibrio tra i sessi c’è!
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