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29 luglio 2010  



  • Letture - Fumetti - Interviste
  • Conversazione con Squaz
di Federica Aliano


Artista o fumettista? Quel che conta, leggendo Squaz, è ciò che rimane dopo la fruizione. Abbiamo incontrato l’autore dell’incendiario Minus Habens

Minus Habens di Squaz

Dire che Minus Habens è un fumetto incendiario, come si legge in rete ovunque lo abbiano recensito, non è una metafora. Sia per il contenuto della storia che per la maniera in cui viene raccontata, sia ancora perché la presenza nella confezione di un pacchetto di cerini lascia poco da fraintendere. Storiella raccontata in rima, senza dialoghi e con un narratore “fuori quadro”, è di facile lettura e di difficile digestione. Perché ti dice senza mezzi termini che se la società com’è non ti sta bene, allora invece di lamentarti potresti fare qualcosa di radicale. E non è fecile accettare un messaggio tanto chiaro.
Abbiamo incontrato Squaz (al secolo Pasquale Todisco) a Roma, presso la libreria Giufà a San Lorenzo, dove erano esposte anche alcune tavole originali di questo libro, ancora non passate al colore. La chiacchierata è stata particolarmente piacevole, tanto da essersi tramutata in una lunga dissertazione. Quindi prendete fiato e leggete quanto segue...

Partiamo dalla fine: il finale stravolge tutto quello che si è letto prima...
È il classico finale a sorpresa, ti fa credere che la storia abbia un certo retroterra e poi e poi invece stravolge tutto. Per essere più precisi, più che un finale a sorpresa è qualcosa che ti lascia nel dubbio, nei dubbi che possiamo avere tutti noi. Si parla di religione, fanatismo, diversità, c’è anche una storia d’amore: c’è tanta carne al fuoco, tutti argomenti attuali nella nostra società, però nessuno di questi può avere una risposta certa. E questo perché tutto il libro è la storia di Romeo che si trova sempre in situazioni costrittive. Prima a casa, poi in un ospedale che potrebbe essere un manicomio, e infine in Paradiso dove, anche se non si vede mai, si sente la presenza di Dio. Romeo si scontra sempre col fanatismo di certe istituzioni.

Trovo bello che non precipiti il lettore in un finale tuo, ma lo lasci davvero aperto alle interpretazioni...
Questo coerentemente al fatto che racconto la storia di un tentativo di uscire dalle costrizioni di chi cerca di dare le risposte al posto tuo. Non pretendo di dare risposte, ma propongo tutta una serie di avvenimenti, che naturalmente ho selezionato, quindi quello che penso lo lascio intendere, ma senza fare una scelta impositiva.

C’è un verso tra gli altri che dice: “Qualcuno parlò di abolir la famiglia”. Lo trovo di un’attualità graffiante perché si parla sempre del contrario, di rafforzare la famiglia. Nonstante ci siano stati dei casi di bestialità familiare, nella realtà l’isitituzuione della famiglia non viene mai messa in discussione...
Quella frase viene attribuita al dibattito che segue l’uscita di Romeo dalla famiglia che lo costringe a vivere in uno stanzino. Il libro ha molte cose che non tornano, perché se vuoi cercare il realismo non lo troverai: è tutto assoluta fantasia che non si basa su personaggi di cronaca o comunque realistici. Romeo è una metafora. È il principio di sospensione dell’incredulità: se riesci a raccontare in maniera avvincente, chi ti legge per un momento può far finta di crederci.
La cover di Minus Habens di Squaz, pubblicato da Grrrzetic Editrice
Il dibattito televisivo e mediatico si conclude sempre con una certezza che riguarda l’aspetto fisico: la prima volta tutto si risolve con “L’isolamento non fa bene alla cute”, poi dopo l’incendio con “L’ustione integrale non giova all’aspetto”...
Non ci avevo pensato... Non l’ho fatto volontariamente.

Forse sei stato condizionato dalla realtà?
Forse sì, il ricondurre tutto all’aspetto, alle cose superficiali e materiali...

È una sorta di certezza...
Una certezza che però non ci serve a niente. L’idea che volevo venisse fuori è che con i dibattiti mediatici non si arriva a niente. Si vogliono dare alle persone delle certezze a tutti i costi, che però poi non spiegano come avvengono i fenomeni nella società, come per esempio tante violenze in famiglia. Nessuno ha interesse a indagare davvero certe cose perché significherebbe mettere in discussione tutto.

Il racconto ha toni naive, quasi da favola. Addirittura il libro potrebbe andare in mano a un bambino... Magari non riuscirebbe a capire tutto il sottotesto, gli arriverebbe forse più qualcosa a livello subliminale, ma comunque non avrebbe letto qualcosa di troppo esplicito o violento...
Sono stato attento a non essere esplicito in senso volgare. Il tono è quello della favola per adulti. Il libro nasce come filastrocca per bambini che poi è diventata qualcos’altro: una filastrocca per adulti che però anche i bambini possono leggere. È una storia a più livelli. Il primo è quello favolistico, aiutato anche molto dalla rima, come se fosse una ballata: si può cantare, è qualcosa che ti culla.

Sono davvero degli endecasillabi in rima baciata?
No, in realtà dal punto di vista della metrica non ho ancora capito che cosa ho combinato. Non sono una specialista della rima, avevo scritto altre filastrocche, ma non di questa lunghezza e complessità. La rima mi intressa perché mi permette la filastrocca. Intanto per un piacere mio, perché mi piace scrivere le rime, e poi perché credo che nessuno lo abbia mai fatto prima al di fuori della letteratura per l’infanzia. Poi mi sono venuti in mente altri motivi per cui questa idea poteva essere efficace che sono legati a come viene percepito il fumetto in Italia. Noi fumettisti ci lamentiamo sempre del fatto che tutti pensano che non si possa dire nulla di importante con questo linguaggio. Nell’immaginario comune è difficile sdoganarsi da questo pregiudizio. A questo punto mi son detto: visto che la maggior parte delle persone credono che il fumetto sia un linuaggio per bambini, allora io uso un linguaggo per bambini ma ci metto dentro dei contenuti che per bambini non sono, e vediamo se questa volta capiscono. In un certo senso si può trattare di una sfida. A questo aggiungici, anche se l’ho saputo a lavoro iniziato, che ricorre il centenario del Corriere dei Piccoli. Mi ha fatto molto ridere perché il Corrierino rappresentava un tentativio di fare educazione per l’infanzia con fumetti e rime baciate: erano storie con un contenuto edificante che doveva essere formativo per la piccola borghesia italiana dell’epoca, dai primi del Novecento fino agli anni Sessanta. I valori che venivano fuori da quelle storie lì erano Dio, patria e famiglia.
Romeo in un disegno originale di Squaz, del quale ci ha omaggiato durante l'intervista
C’era molto spesso anche una premiazione in denaro...
Ti riferisci al Signor Bonaventura, certo. Non erano valori libertari, servivano a inquadrare i piccoli futuri cittadini di questo paese, cosa che io cerco di ribaltare nella storia di Minus Habens. L’esperienza della rima baciata per il Corriere dei Piccoli fu un’esperienza di normalizzazione del fumetto perché i fumetti che erano importati dall’estero venivano modificati in Italia: veniva tolto il baloon e tutto era riassunto in una scritta in rima sotto le immagini.

Come mai veniva eliminato il baloon?
Si pensava che così fosse più facile. Ancora adesso ci sono persone che non sanno se leggere prima la didascalia o guardare la vignetta, e questo perché non c’è stata un’educazione alla lettura del fumetto. Mi interessava far mia l’idea di normalizzazione, accettare le regole della piccola borghesia italiana con i suoi valori beceri, ma poi raccontare una storia che questi stessi valori li ribaltasse dall’interno.

Una sorta di scheggia impazzita nell’ingranaggio… Devo dire che nella lettura appare subito evidente.
Mi fa piacere che si percepisca. Di indizi ne ho messi tanti, compreso il fatto di allegare una scatolina di cerini, un elemento importante nella storia. Insomma, il fatto stesso che una persona ti regali dei cerini vuol dire che è per bruciare qualcosa...

Il fuoco, appunto, è qualcosa di leggendario e antico, è uno dei quattro elementi, è l’archetipo della distruzione, e qui è utilizzato in maniera così sovversiva, e in più in crescendo, anche perché ogni volta cambia la situazione. Romeo brucia persino l’Inferno…
Appunto, non si può essere più espliciti di così. Sono contento se viene percepito il mio lavoro nella sua interezza, ma mi va bene anche che se ne apprezi solo il primo livello, nel senso che chi cerca una bella storia la può trovare. Mi viene in mente un motto di Filippo Scozzari che diceva ai fumettisti di far leggere la loro opera alla madre per prima, perché se la capiscono le madri allora è certo che funziona!

Non vale solo per i fumetti...
Vale per tutto, è vero, ma in particolar modo per il fumetto, proprio perché non c’è stata quell’educazione che dicevamo prima. Io ho fatto leggere Minus Habens a mia madre, la prova del nove l’ha passata, le è piaciuto, e poi mi ha detto: “Ma sai Pasquale, me lo sono riletto altre due o tre volte perché secondo me stai cercando di dire qualcosa, ma non ho capito cosa…” (ride). Quantomeno sono riuscito a piantare in lei il seme del dubbio...

Passiamo al disegno. Tutti parlano dei colori piatti ed uniformi che hai usato. Ma non mi sembra che ci fosse altro modo di colorare, dato che anche il disegno è molto lineare, senza orpelli…
È un altro espediente narrativo. I disegni sono più semplici perché avevo una filastrocca di cui dovevo tenere il ritmo. La filastrocca si inceppa se usi un disegno con troppi elementi perché l’occhio poi si sofferma di più sulla vignetta. Invece per me andrebbe letto tutto d’un fiato. Magari poi lo rileggi per vedere quello che ti può essere sfuggito o ciò su cui ti vuoi soffermare. Però la prima lettura dovrebbe essere come un flusso e il disegno doveva rimanere il più semplice possibile. Ho usato il computer per i colori piatti e per alcune soluzioni grafiche. Ho cercato di essere il più grafico possibile.

E poi il colore segna la divisione dei capitoli...
Esatto: il cambiamento dei colori segna il passaggio da una situazione all’altra. Qualcuno mi ha chiesto se l’utilizzo dei colori fosse simbolico. Sono domande anche legittime, ma una risposta scientifica io non la do. Il mio utilizzo dei colori è stato molto emotivo e serve a segnare il passaggio da una situazione all’altra, per dare uno stacco alla storia, anche perché può essere noioso leggere una filastrocca così lunga e avere dei disegni che sono scanditi in maniera molto metronimica, con un ritmo che è sempre quello. Ci sono sempre due vignette per pagina, lo schema è sempre uguale, per cui l’uso del colore, il cambiamento, serve a dare uno stacco, ti permette di continuare a leggere, ma con una rezione emotiva un po’ diversa.

Hai man mano spogliato il disegno, e anche il personaggio si spoglia a sua volta col passare del tempo: all’inizio è molto vestito, ha addirittura il cappello e gli accessori, poi ha solo il camice, e poi è nudo perché è in Paradiso...
Questo è molto semplice da spiegare: levarsi i vestiti significa liberazione.

Sì, ma volevo sapere se c’è una relazione tra lo spogliarsi del personaggio e lo spogliarsi del tuo disegno…
Cioè se mi spoglio mentre disegno? (Ride)

Immagino dipenda dalle stagioni… Mi riferivo al tratto
No, mi serviva solamente a sottolinare il fatto che man mano che avanzava nella storia, Romeo saliva di un gradino verso la conquista della sua libertà.

Abbiamo accennato allo schema delle vignette sempre uguale. Questo non potrebbe rendere la lettura ancora più difficoltosa? I baloon sono fuori dalla vignetta, addirittura nella pagina a fianco, e a un certo punto i personaggi non parlano proprio…
Me la sono pensata bene. È una scelta quasi cinematografica: ho immaginato da un lato i testi e dall’altro lato le immagini un po’ come i libri illustrati, che per me non hanno mai costituito un grosso problema di lettura.

Minus Habens: fronte della confezione di cerini allegata al libro a fumettiRispetto a tutto il resto del tuo lavoro, come collocheresti Minus Habens? Sembri un rivoluzionario romantico: alla fine l’amore trionfa.
Non è proprio così: non è proprio “l’amore trionfa”. Un certo tipo di amore trionfa, e non è l’amore che ci hanno insegnato. Racconto una storia d’amore all’interno di un meccansimo. Quello che mi interessa è l’amore che trionfa su questo meccanismo, e non su tutto, su un tutto generico e idealizzato. Si deve uscire da una situazione contingente che è questa, oggi, ora. Loro si incamminano verso qualcosa che non si sa cos’è. Può essere la felicità, ma è la loro felicità. Non è la felicità come quando si dice “per sempre felici e contenti”.

In realtà non lo sappiamo se saranno felici… Romeo e Giulietta hanno battuto i piedi per stare insieme, ma non si sa come andrà dopo.
No, per loro la felicità è stare insieme, perciò sappiamo che sono felici in quel momento, ma anche che lo saranno perché, una volta che non c’è più la famiglia, non ci sono più le istituzioni e non c’è più nenache il Paradiso, allora non c’è più nessuno che ti controlla. Fino a che vorranno stare insieme, ci staranno.

Che poi si chiamano Romeo e Giulietta non a caso…
Si chiamano Romeo e Giulietta per aiutare le persone a capire. È un altro aiuto. Più aiuto e più sono contento.

Mentre disegnavi già sapevi chi ti avrebbe pubblicato?
In realtà la copertina era già pronta e quindi io una mia idea già ce l’avevo prima ancora di proporlo alla Grrrzetic. Invece la scelta dell’impaginazione è avvenuta in corso d’opera anche perché ininizialmente la mia idea era diversa, era di farlo in orizzontale, come i lavori di letteratura per l’infanzia, con una sola immagine a destra e un solo baloon a sinistra. Poi per vari motivi ho ripiegato su questa soluzione cinematografica perché così era più assimilabile al fumetto che al libro.

E l’idea dei cerini allegati?
Sono i cerini del motel che i poliziotti coprotagonisti del racconto perdono e sono il passaporto di Romeo per dare fuoco all’ospedale. L’idea di allegare i cerini è di Silvana Ghersetti. In questo aspetto è stata coautrice, perché questa è una scelta narrativa e non solo una decorazione. È qualcosa che racconta ancora, che dà una forte spinta al racconto e lo rende quasi reale.





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