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  • S.Darko
di Valeria Roscioni


La piccola Samantha ormai cresciuta ci guida nel mondo dei viaggi nel tempo. Ammesso che si abbia la pazienza di seguirla

Daveigh Chase in S. Darko

Basterebbe considerare il semplice, se non banale fatto, che Donnie Darko muore alla fine dell’omonima pellicola per rendersi conto che, forse, non era necessario girare un sequel. Eppure a volte il destino riserva strane sorprese. Così è possibile approcciarsi a S. Darko con una buona dose di curiosità, e forse anche con un pizzico di speranza, in attesa di ritrovare sul grande schermo la suspance e la sagacia di quella prima pellicola che tanto ha fatto parlare di sé. D’altro canto i viaggi nel tempo esercitano il loro fascino sugli spettatori fin dai tempi di Michael J. Fox e della mitica Delorean. Due sono le vie solitamente percorse: sfruttare il lato più fantasioso della tematica, concedendosi tutte le libertà del caso e galoppando liberi nelle praterie spazio temporali, oppure studiarla seriamente,facendo in modo che teorie verosimili dalle regole ben definite prendano vita sullo schermo. Richard Kelly aveva seguito questo secondo sentiero, ideando un sistema di convenzioni ben precise circa i viaggi nel tempo, al punto da arrivare a scrivere, dopo il successo di Donnie Darko, La filosofia dei viaggi nel tempo sotto lo pseudonimo di Roberta Sparrow. S. Darko, invece, non riesce a scegliere tra le due alternative e ondeggia pericolosamente tra una strana variazione sul tema della pellicola da cui proviene e una sua a volte perfino brillante parodia.
L’oscillazione produce di certo qualche risata di cuore, ma nello spettatore si insinua il dubbio che l’ilarità sia più che altro un effetto collaterale. Regia, sceneggiatura e una plumbea fotografia parlano chiaro: nessuno sta scherzando. Il film si riduce ad essere una pedissequa imitazione che, senza alcun tipo di merito proprio, non riesce a destare alcuna curiosità neanche inserendo nel cast le belle facce di James Lafferty e Jackson Rathbone. Svolge un'unica funzione: spiegare.
L’applicazione ferrea delle norme create da Kelly ha portato alla realizzazione di una sorta di compendio in immagini che lascia ben poco spazio a quel mistero che avrebbe dovuto appassionare e che invece appare chiaro come un’equazione di primo grado. Difficile appassionarsi ad un libro di testo. L’espediente della moltiplicazione dei soggetti sottoposti ai viaggi nel tempo non basta ad annullare quanto di scontato trapela da ogni fotogramma. Le avventure della piccola Darko, una Daveigh Chase i cui occhi languidi salvano solo in parte la situazione, non sembrano avere una loro specifica ragione di essere se non quella di continuare a far vivere quanto la prima pellicola aveva definitivamente chiuso. Tra personaggi abbastanza standard e giornate da rivivere, l’idea che ci si fa della possibilità della quarta dimensione è talmente chiara e solida da perdere ogni fascino. Al punto che quando un ipercubo vola alto nello spazio è difficile meravigliarsi che sia lì. Anzi ci si sorprende che nel finale nessun professore universitario interrompa la scena per spiegarci ancor meglio la lezione di questa pellicola che ha le fattezze di un esperimento scientifico: c.v.d.
Donnie aveva una sorella… e purtroppo ora ha anche un sequel.