Un pasticcio che cerca di dare una logica a un capolavoro del non-senso. La visionarietà di Tim Burton si risolve in una gigantesca occasione perduta
Folli creature abitano un mondo surreale, al di là di uno specchio, nella tana di un coniglio, in una dimensione che somiglia a un limbo tra sogno e realtà, e che non segue, ma anzi sovverte, ogni logica lineare e ogni senso logico. Queste creature sono strambe nella forma e nei modi, tristi chimere o bestiole deformate, trasformiste, effimere come il vapore, mazzi di carte e scacchi antropomorfi, e gli esseri umani sono solo contenitori vuoti in cui mettere una unica passione che li imprigioni in un agire coercitivo e senza scopo apparente. Questo è il mondo di Lewis Carroll, ovvero il prelato Charles Lutwidge Dodgson, professore di matematica con uno spiccato amore per le bambine mai troppo celato. Con del materiale così, dal quale sono stati tratti ben sessantotto adattamenti per il cinema e la TV, uno come Tim Burton poteva davvero lanciare a briglie sciolte la propria fantasia, e scatenarsi nella realizzazione di creature che popolano il suo immaginario fin dalla più tenera età.
Invece no, non c’è niente di più lontano da questo in Alice in Wonderland, attesissima versione disneyana di cui, francamente e col senno del dopo-visione, si poteva fare a meno. Il Mondo di Sotto è stato riportato ai nostri occhi e a un primo sguardo può anche risultare magico, popolato da creature meravigliose e rigoglioso in una flora altra e varia, ma basta avvicinarsi di pochi centimetri per accorgersi che non c’è proprio niente che non ci sia anche qui in quei fiori, quei funghi, quella vegetazione così fitta. E gli esseri, dal Brucaliffo alla Lepre Marzolina, dallo Stregatto all’inventato Ciciarampa non hanno nulla, ma proprio nulla, di burtoniano. Le atmosfere cupe a lui tanto care, ma anche l’inquietante solarità di altri momenti (da Pee Wee a Willy Wonka, passando per Big Fish) che nascondevano le ombre sotto fasci di luce sono totalmente assenti, sostituite qua e là da qualche riferimento autoreferenziale, come l’albero contorto simile a quello di Sleepy Hollow o un paio di siepi che sembrano scolpite da Edward Mani di forbice. Ma oltre l’autocitazione non si va e l’autorialità che ormai Tim Burton aveva raggiunto, migliorando il suo tocco film dopo film, sembra non essere mai esistita.
Ecco il perché di una cocente delusione, ecco perché se avevamo potuto perdonare al nostro beniamino persino Il pianeta delle scimmie, non possiamo fare altrettanto stavolta. Perché lì il film su commissione era evidente; qui, nonostante la Disney fosse alla produzione, l’occasione c’era, era enorme, ed è stata sprecata. La sceneggiatura di Linda Woolverton, in casa Disney ormai da decenni, è un pasticcio che contiene un errore di base, e cioè il voler dare una logica alle azioni dei personaggi. La Lepre e il Coniglio Bianco, il Brucaliffo e i gemelli Pinco e Panco, ma soprattutto il Cappellaio perseguono un preciso scopo, guidati dai disegni di un criptico oracolo, alla ricerca di una vittoria politica che si combatte – guardacaso - su una scacchiera tra la Regina Bianca e la Regina Rossa. E il bene e il male sono ben definiti, delimitati da contorni nettissimi, nello stile più puro della casa del Topo. Il non-senso, la sovversione delle regole grazie allo scherno e allo stravolgimento della logica vittoriana sono stati in questo script totalmente cancellati. Alice è adulta (ebbene sì, orrore e raccapriccio) e si deve sposare, ma in realtà vorrebbe emanciparsi e intanto flirta con il Cappellaio. E si cambia d’abito (ebbene sì, ancora una volta orrore e raccapriccio) più che in un videoclip di Rihanna. La costumista premio Oscar Colleen Atwood aveva già modo di esprimersi (serebbero bastate le decine di deliziosi e burleschi cappellini), non si sentiva certo il bisogno di un’Alice fashion. L’altro usuale collaboratore di Burton, il geniale Danny Elfman, ha visto il suo sempre ottimo lavoro mortificato dall’assegnazione del tema musicale del film ad Avril Lavigne; Dariusz Wolski, già autore della fotografia di Sweeney Todd, produce qui eccessi luminosi, “aprendo tutto” e spalmando una luminosità brillante e piatta come nelle fiction. E Johnny Depp, il cui accento inglese imparato per l’occasione si perde con il doppiaggio italiano, è il protagonista di un momento, la Dimenanza, che è il più basso in tutta la cinematografia degli ultimi dieci anni.
Insomma, dalla progettazione alla realizzazione finale, questo è e resta un film Disney, ma di quella degli ultimi anni, lontana anni luce dai classici intramontabili nelle logiche produttive, e certo destano sospetti le operazioni che vi sono dietro, dall’idea di ridurre la finestra theatrical-home video al fatto che questa pellicola fosse già bella e pronta un anno fa, ma si è atteso moltissimo per distribuirla, fino all’imposizione a posteriori di un 3D inutile e inefficace. Certo viene da pensare che a Burton siano stati imposti dei profondi cambiamenti in post-produzione, e prova ne sono i progetti di alcuni personaggi che poi risultano ben diversi e senza alcun dubbio meno interessanti nella versione finale. I disegni originari di Tim di sicuro non si sarebbero potuti ascrivere alla logica marketing del gadget commerciabile su larga scala, ed ecco che allora qualunque traccia inquietante viene cancellata. Del resto, i Tragic Toys for Girls e Boys non saranno mai presenti sugli scaffali dei Disney Store. Ma anche il voler rappacificarsi a tutti i costi con la major che a suo tempo non seppe apprezzare un talento innegabile non era qualcosa di cui c’era assoluto bisogno.
Un omaggio al mondo di Lewis Carroll, la tanto sognata Wonderland che ha ispirato artisti di tutto il mondo. Un viaggio attraverso lo specchio per scoprire i tanti volti di Alice
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